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“Meglio cent’anni da leone che un giorno da pecora”

Vicenza – Ognuno dei governi successivi all’ultimo cinquantennio ha, più o meno, distrutto con ritmo sempre più rapido la vita locale e regionale; ed essa, alla fine, è scomparsa. L’Italia è come quei malati che hanno già fredde le membra e in cui ormai solo il cuore palpita ancora. Non c’è un fremito di vita in nessuna parte del corpo nazionale, tranne che a Roma; fin dai sobborghi che la circondano la città comincia a puzzare di morte morale. Se lo Stato ha ucciso moralmente tutto quel che, dal punto di vista territoriale, era più piccolo di lui, ha anche trasformato le frontiere territoriali nelle mura di un carcere, per imprigionarvi i pensieri.

Nemmeno dalle urne del 4 marzo è uscita un’idea risolutiva. Il partito che farà da ago della bilancia è il M5S. Ma sia che esso opti per il centrodestra o il centrosinistra, non uscirà una soluzione. L’Italia ha votato spaccata in due: al sud invogliati dal reddito di cittadinanza si vuole perpetuare l’assistenzialismo; che come sempre sarà a spese del nord che ha scelto il centrodestra. Vi immaginate se i coloni americani avessero accettato la tassazione inglese e avessero gettato il the in mare (16 dicembre 1773) solo dopo che le imposte avessero raggiunto e superato il 70%?

Che lo Stato debba imporre all’individuo un modo di essere virtuoso fa parte del sentire comune, è innegabile. Com’è innegabile che ci sentiamo liberi solo in un contesto democratico che, nonostante tutto, ci lascia i nostri spazi. Tuttavia lo Stato continuerà ad esigere dai cittadini, e nel contempo seguiterà ad erogare instabilità e servizi scadenti. Alle “radici del male oscuro” c’è la frammentazione del sistema politico in una miriade di sigle in continuo movimento e conflittualità tra di loro, con la dominante di una ”pulsione autodistruttiva”.

Se guardiamo la storia un po’ più da vicino, al di fuori dei manuali, rimaniamo sbalorditi scoprendo di quanto altre epoche, quasi prive di mezzi materiali di comunicazione, fossero superiori alla nostra per ricchezza, varietà, fecondità e intensità di vita nella circolazione intellettuale, attraverso territori vastissimi. Per esempio nel Medioevo, nell’antichità preromana, nel periodo immediatamente anteriore ai tempi storici. Ai giorni nostri con la radio, la televisione, l’aviazione, l’astronautica, lo sviluppo di mezzi di trasporto d’ogni genere, la stampa, i giornali, Internet, il fenomeno delle moderne nazionalità chiude in piccoli compartimenti stagni persino la scienza che è così naturalmente universale.

I ribelli che si agitano sono forti sempre la metà di quanto lo sono i difensori del potere ufficiale. Anche quando si pensa di sostenere una buona causa. Eppure, come scrisse Ètienne De La Boètie, intorno al 1550: «Com’è possibile che tanti uomini sopportino un tiranno che non ha la forza se non quella che essi gli danno. Da dove prenderebbe i tanti occhi con cui vi spia se voi non glieli fornite? Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi.»

Ma in Italia viviamo in una particolare atmosfera. Per questo mi piace ricordare le parole che una volta si scambiarono uno dei favoriti di Serse I (519 a.C. – 465 a.C.), il gran re persiano, e due Spartani. Quando Serse preparava il suo enorme esercito per conquistare la Grecia, mandò degli ambasciatori alle città greche per chiedere acqua e terra: era questo il modo con cui i Persiani intimavano la resa alle città nemiche. Si guardò bene dal mandarli ad Atene e a Sparta, dato che gli Ateniesi e gli Spartani avevano a suo tempo gettato rispettivamente nei fossati e nei pozzi gli ambasciatori inviati per lo stesso motivo da Dario, suo padre, dicendo loro di prendere laggiù l’acqua e la terra da portare al loro principe: infatti non potevano sopportare che si attentasse neanche solo a parole alla loro libertà. E tuttavia, per aver agito così, gli Spartani riconobbero di aver offeso gli dei, e soprattutto Taltibio, dio degli araldi.

Decisero allora, per calmarli, d’inviare a Serse due cittadini, affinché, disponendone a suo piacimento, potesse vendicarsi sulle loro persone dell’assassinio degli ambasciatori di suo padre. Due Spartani, di nome Sperto e Buli, si offrirono come vittime volontarie. Partirono e cammin facendo arrivarono al palazzo d’un persiano chiamato Idarno, luogotenente del re per tutte le città della costa asiatica. Costui li accolse con tutti gli onori, e dopo aver parlato d’altro chiese loro perché rifiutassero tanto orgogliosamente l’amicizia del gran re. E aggiunse: «O Spartani, prendete il mio caso ad esempio, e vedete come il re sa ricompensare coloro che lo meritano, e pensate che se voi foste dei suoi sareste trattati altrettanto bene. Se voi foste al suo servizio ed egli vi conoscesse, farebbe di ciascuno di voi il governatore di una città greca».

«Quanto a questo, o Idarno – risposero gli Spartani – tu non sei in grado di darci un consiglio valido. Infatti tu hai provato il bene che ci prometti, ma quello che noi godiamo non sai cosa sia; tu hai fatto esperienza dei favori del re, ma della libertà non sai nulla, non ne conosci il gusto e la dolcezza. Orbene, se tu l’avessi assaporata, tu stesso ci consiglieresti di difenderla, non già con la lancia e lo scudo, ma con i denti e le unghie». Solo lo spartano diceva il vero; ma senza dubbio ciascuno parlava secondo l’educazione ricevuta. Infatti sarebbe stato impossibile che il persiano rimpiangesse la libertà che non aveva mai avuto e che gli spartani sopportassero la servitù dopo aver assaporato le dolcezze della libertà.

Allo stesso modo, chi oggi auspica un assetto istituzionale diverso nulla prospetta, e se non c’è un progetto chiaro, dettagliato e convincente, difficilmente si potrà scalzare dalla mente e dal cuore degli italiani l’idea che la democrazia in Italia possa diventare reale, e che lo Stato possa riformarsi in senso favorevole al cittadino, anziché alla partitocrazia. Infatti, possiamo osservare che ogni volta la protesta (Forconi, Presidi 9/12 fermiamo l’Italia, solo per citare gli ultimi) ha assunto un più evidente carattere di sradicamento e un più basso livello di spiritualità e di pensiero. Si può anche osservare che questi spiriti liberi, da quando sono stati attivati, hanno dato un contributo piuttosto ridotto alla cultura e alla elaborazione di un assetto istituzionale innovativo.

Solo i collaborazionisti tipo Idarno sono soddisfatti dell’attuale stato di cose in Italia. Meglio vivere cent’anni da leone che un giorno da pecora. Ogni cambiamento istituzionale deve essere preceduto da una fase “costituente”, o piuttosto “ricostituente”, che dia vita però a costituzioni molto mondane, flessibili, leggere. A rafforzare quest’idea vorrei aggiungere che voler condurre creature umane, si tratti di altri o di se stessi, verso il bene indicando soltanto la direzione, senza essersi assicurati della presenza dei moventi necessari, equivale a voler mettere in moto un’automobile senza benzina, premendo sull’acceleratore. O è come se si volesse accendere una lampada a olio senza aver messo l’olio.

A questo punto le possibili soluzioni sarebbero che alcune forze politiche stendessero per loro conto il loro “progetto istituzionale”; ma questo ci sembra abbastanza improbabile. Tìmeo Dànaos et dona ferentes. [Temo i Danai anche quando portano doni]. Come si ricorderà sono le parole pronunciate da Laocoonte ai Troiani per convincerli a non fare entrare il famoso cavallo di Troia nella città. Anche se apparissero più progetti, elaborati da più soggetti partitici, tutti demandati all’approvazione della cosiddetta sovranità popolare, probabilmente non faremmo un buon servizio alle nostre comunità. Lo si è visto anche con l’ultima legge elettorale. Tìmeo Dànaos et dona ferentes.

Una soluzione pratica è l’abolizione dei partiti politici. La lotta dei partiti e nei partiti, quale quella esistente in questo paese, è intollerabile. Bisogna creare un’atmosfera culturale tale, diceva Simone Weil, che: «un rappresentante del popolo non concepisca di abdicare alla propria dignità al punto da diventare membro disciplinato di un partito. […] Dovunque ci sono partiti politici, la democrazia è morta. Non resta altra soluzione pratica che la vita pubblica senza partiti.» E respinge l’obiezione che l’abolizione dei partiti avrebbe colpito la libertà d’associazione e d’opinione: «La libertà d’associazione è, in genere, la libertà delle associazioni, contro quella degli esseri umani. Infatti, la libertà d’espressione è un bisogno dell’intelligenza, e l’intelligenza risiede solo nell’essere umano individualmente considerato. L’intelligenza non può essere esercitata collettivamente, quindi nessun gruppo può legittimamente aspirare alla libertà d’espressione.»

Proviamo, invece, a lavorare per la creazione di una “Tavola Rotonda”. Si provi a immaginare che, spinti da autentico spirito civico, i partecipanti lascino le loro beghe, i loro contrasti, i loro meschini litigi per futili motivi, i loro impicci, fuori della porta, e attraverso una discussione pacata ed approfondita licenzino un progetto della sostanza di quanto venne diffuso in Scozia prima del referendum sull’indipendenza del 2014. Bisogna farlo subito, perché dopo, nello scatenamento irresistibile degli appetiti individuali per la conquista del benessere o del potere, sarà assolutamente impossibile cominciare qualcosa. Bisogna farlo immediatamente. È incredibilmente urgente. Mancare questo momento vorrebbe dire incorrere in una responsabilità che è quasi un delitto.

A questo punto si faccia anche un sforzo d’immaginazione: si prefiguri anche un referendum elettronico autogestito ed informale; ma solo dopo una massiccia, e lunga – quanto basta – campagna informativa presso la popolazione. Si aggiunga infine (tanto nel campo delle ipotesi si può fare anche questo) che tale referendum venga vinto. Il giorno dopo non si potrebbe legittimamente dichiarare: meglio vivere cent’anni da leone che un sol giorno da pecora. Viceversa la strada è già tracciata, e come asseriva Charles de Gaulle nel 1952: «Le regime ne se transformera pas de lui-même. Cela n’est jamais arrivé dans notre histoire. Il faut un pression de l’éxtérieur». E l’Italia sprofonderà nell’incubo greco.

Enzo Trentin

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