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Politica, la Svizzera vota sul sistema radiotelevisivo

Vicenza – Domenica 4 marzo in Svizzera si voterà per decidere quali tasse pagare allo Stato. Cosa impensabile per gli italiani. Tuttavia non sarà l’unico voto che i concittadini di Guglielmo Tell eserciteranno. Sarà chiesto loro il voto per una “iniziativa popolare”* per cambiare l’articolo 93 della Costituzione. Sì! Sì! Ai cittadini svizzeri è consentito di cambiare la Charta. Si tratta non solo di abolire il canone radiotelevisivo di 451 franchi che oggi si paga in Svizzera ma anche di modificare l’articolo 93 della Costituzione (“Radiotelevisione”) in modo che lo Stato non sovvenzioni alcuna emittente radiotelevisiva, non gestisca emittenti proprie e metta all’asta le concessioni.

I giovani liberali che hanno raccolto le 100 mila firme necessarie per mettere in votazione questo cambiamento della Costituzione ritengono che oggi, grazie al canone, la Ssr (Società Svizzera di Radiotelevisione) goda di una posizione privilegiata e ostacoli le emittenti private e che l’abolizione del canone consentirebbe una concorrenza più leale. Il canone di 451 franchi corrisponde a circa 390 euro, è senz’altro il più alto d’Europa, ed è necessario perché si tratta di rispettare quattro lingue (tedesco, francese, italiano e romancio) e più di quattro differenti culture, storie e tradizioni.

Il governo e i due rami del Parlamento raccomandano di respingere questa rivoluzionaria iniziativa popolare, ma il voto del Parlamento non è stato all’unanimità. Infatti, il consiglio nazionale ha respinto l’iniziativa con 129 voti, contro 33 favorevoli e 32 astensioni, mentre il consiglio degli Stati, ovviamente, ha decisamente respinto l’iniziativa dei giovani liberali con 41 voti contro due favorevoli e una astensione. Credo che questa iniziativa popolare il 4 marzo sarà respinta, ma siamo abbastanza sul filo di lana.

È interessante vedere gli argomenti a favore e quelli contrari. Il comitato d’iniziativa dice, tra le altre cose: 1) Se il canone venisse abolito, nelle tasche delle famiglie resterebbero ogni anno 451 franchi in più da spendere liberamente. 2) L’abolizione del canone stimolerebbe l’economia svizzera perché il potere d’acquisto aumenterebbe di 1,37 miliardi di franchi all’anno. 3) L’eliminazione del canone genererebbe una Ssr (Società Svizzera di Radiotelevisione) libera e indipendente, perché attualmente è il governo che stabilisce l’importo del canone e che nomina direttamente alcuni membri del consiglio d’amministrazione della società. C’è dunque, a giudizio dei giovani liberali, un rapporto di dipendenza “malsano” tra la Ssr e lo Stato. Abolire il canone obbligatorio significherebbe consentire a una Ssr libera di esercitare il proprio ruolo di “quarto potere” e di seguire con occhio critico l’operato della potente classe politica senza dover temere di perdere una grossa fetta delle proprie entrate. 4) La gestione dei proventi del canone oggi è una responsabilità dello Stato e i cittadini che hanno raccolto le firme di questa iniziativa popolare considerano spropositati certi stipendi. Per esempio, quello del direttore generale della Ssr di 536 mila franchi nel 2016 (circa 465 mila euro).

Con linguaggio poco “svizzero” leggo dichiarazioni di questo tenore: “È ora di dire basta a questo furto ai danni del Popolo”. Alcuni degli argomenti per il “no” del governo invece sono questi:

1) L’iniziativa esige il passaggio a un sistema di finanziamento della radio e televisione puramente commerciale. Buona parte dell’attuale offerta, tuttavia, non può finanziarsi esclusivamente sul mercato. L’iniziativa minaccia la sopravvivenza della SSR come pure di numerose altre emittenti radiotelevisive e condurrebbe a un significativo impoverimento dell’offerta: molte trasmissioni sulla Svizzera scomparirebbero”.

2) La Ssr e le radio locali e tv regionali con partecipazione al canone offrono al pubblico di tutte le quattro regioni linguistiche un’ampia gamma di trasmissioni e danno spazio alle varie opinioni. Senza il canone, quest’offerta verrebbe drasticamente ridotta. In un Paese a democrazia diretta come la Svizzera un’informazione pluralistica ed equivalente in tutte le regioni è invece essenziale per la formazione delle opinioni; è un servizio prestato ai cittadini e un utile riferimento.

3) Più è piccolo il mercato, tanto più pesanti sarebbero le ripercussioni della eliminazione del canone. Le regioni periferiche verrebbero tagliate fuori, poiché il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari non basterebbero a coprire gli elevati costi fissi di produzione delle trasmissioni.

4) Se l’iniziativa venisse accettata e si passasse a un sistema di finanziamento puramente commerciale, il grado di dipendenza da finanziatori privati e gruppi imprenditoriali esteri aumenterebbe, e con esso il pericolo di ingerenze politiche.

5) La Svizzera sarebbe il primo Paese in Europa ad abolire il servizio pubblico nel settore della radio e della televisione. Promuovendo un orientamento esclusivo al mercato, l’iniziativa accetta l’eventualità che la qualità diminuisca e che si produca soltanto ciò che è redditizio. Si assisterebbe così a uno smantellamento dell’offerta contrario allo spirito Federale della Svizzera, che è quello di garantire a tutte le lingue un’offerta equivalente.

Ricordo che dal 1891 gli aventi diritto di voto possono chiedere di sottoporre a votazione popolare una loro proposta di modifica della Costituzione. Per la riuscita formale di una “iniziativa popolare” sono necessarie le firme di 100 mila aventi diritto di voto, raccolte entro il termine di 18 mesi. Il consiglio federale (vale a dire il governo) e il Parlamento raccomandano di accettarla o di respingerla. E poi si vota.

Le “iniziative” non sono emanate dal Parlamento o dal governo, ma dai cittadini. Sono un elemento motore della democrazia diretta. Con l’iniziativa popolare i cittadini possono chiedere una modifica della Costituzione, non però di una legge. Per approvare nuove leggi o per modificarle ci sono i “referendum facoltativi”, per i quali bastano 50 mila firme. Questi referendum facoltativi valgono anche per i trattati internazionali. Le 50 mila firme devono essere raccolte in 100 giorni. Per la validità delle votazione basta la maggioranza semplice, senza quorum. I referendum facoltativi sono stati introdotti nel 1874.

Luciano Spiazzi

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