Landsgemeinde ("comunità rurale" o "assemblea") nel Canton Glarona, in Svizzera. Le votazioni si effettuano per alzata di mano - Foto di Adrian Sulc (CC BY-SA 3.0)
Landsgemeinde ("comunità rurale" o "assemblea") nel Canton Glarona, in Svizzera. Le votazioni si effettuano per alzata di mano - Foto di Adrian Sulc (CC BY-SA 3.0)

Politica, sarà l’astensione a vincere il 4 marzo?

Vicenza – Malgrado quello che dice la Costituzione, non è vero che il popolo italiano detiene il potere sovrano, perché non è in grado di indirizzare le scelte politiche dei governanti. Piuttosto è costretto a subirle senza poterci fare niente. E la colpa è della partitocrazia. Per questo il 4 marzo c’è da aspettarsi un massiccio astensionismo al voto. Il discredito nei confronti dei partiti politici è antico. Non è un frutto di quello che viene folkloristicamente etichettato come “antipolitica” ma è la conseguenza del comportamento dei partiti che da strumento di partecipazione dei cittadini alla vita politica sono diventati “possessori” della vita politica, alla quale i cittadini sono invitati quali spettatori.

Realizzare scelte politiche che lacerano il tessuto sociale è forse nell’interesse dei cittadini? La casta politica risponde al popolo, oppure ad interessi di altra origine, non dichiarati pubblicamente? E il populismo cos’altro è se non l’insofferenza e l’esasperazione dei cittadini che contestano l’indirizzo politico imposto dai vertici istituzionali? Insicurezza, tensioni sociali, ingiustizie, crisi, disoccupazione, debito pubblico incontrollato, degrado dei valori… Lo Stato si propone come quella istituzione necessaria e irrinunciabile, l’unica che può trovare una soluzione ai tanti problemi che affliggono la società e l’economia. E ancora tanta gente attribuisce allo Stato questo ruolo salvifico, e lo invoca affinché trovi le giuste soluzioni.

Ma evidentemente lo Stato non è capace di dare risposte adeguate a questi problemi. E se invece il problema fosse proprio lo Stato? Se è lo Stato il problema, e non la soluzione, allora invocare più Stato significa aggravare i problemi, anziché risolverli. Ma allora la soluzione, qual è? Si può davvero fare a meno dello Stato?

Scartiamo il sistema dei partiti e sostituiamolo con sistema misto di rappresentanza e di democrazia diretta. Secondo Simone Weil – una riformatrice – queste erano le caratteristiche dei partiti: «Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva. Un partito politico è una organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte. Il fine primo e, in ultima analisi, l’unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite». Dal “Manifesto per la soppressione dei partiti politici” – febbraio 1950.

Di qui la incompatibilità dei partiti con la democrazia, di qui la necessaria loro soppressione o emarginazione. Anche Ernesto Rossi sostiene che «Se non si vogliono gli effetti (ossia se non vogliamo partiti “camorristici”) bisogna eliminare le cause, cioè bisogna cercare un ordinamento che garantisca le libertà civili e politiche senza richiedere l’intervento delle macchine per fabbricare voti» (“Le serve padrone” da «Il Mondo» 24/06/1950).

L’origine dei problemi socio-economici è proprio nell’istituzione coercitiva del moderno Stato nazionale democratico, nel suo utilizzo legalizzato della forza e della violenza, nella tassazione persecutoria arbitrariamente estorta, nella sua gestione monopolistica, inefficiente e corrotta, dell’erogazione di tutti i servizi (protezione, sicurezza, sanità, istruzione, ma anche pianificazione economica e gestione monetaria, nonché una legislazione compulsiva, amministrazione della giustizia e tutto il resto).

La democrazia diretta al contrario propone la transizione verso una società davvero “libera”, dove il potere è consegnato veramente alla gente poiché frammentato in una molteplicità di microregioni omogenee per cultura e tradizioni, tante piccole municipalità territoriali autogestite nella forma di governi locali a partecipazione volontaria. Ciò che è alla base di un’organizzazione siffatta è il federalismo. Cavallo di battaglia di un partito; ma questo una volta arrivato nella stanza dei bottoni, ha fatto in modo che della questione federalista non se ne parli più. L’ha svilita. Eppure una cosa che purtroppo la Lega Nord e tutti gli altri politicanti non hanno mai spiegato, è che il federalismo di basa due principi fondamentali (si veda qui):

  1. La sovranità che tramite il voto i cittadini conferiscono ai rappresentanti, è inferiore alla sovranità che riservano per se stessi sui fatti.
  2. Gli oneri che il “foedus” implica devono essere inferiori (o quanto meno uguali) ai benefici che se ne ricavano.

Allo stesso sistema di “neutralizzazione” sembra oggi arrivato il M5S. Parla di democrazia diretta, ma laddove ha avuto la possibilità di materializzarla (nei Comuni con Sindaco pentastellato) non s’è visto nulla. Tutti questi soggetti partitocratici, sembrano partire dal presupposto che il diritto di dominio arbitrario – cioè il diritto di farsi da soli le leggi e di imporne l’obbedienza – sia un “incarico fiduciario” delegato a coloro che attualmente esercitano quel potere. Lo indicano (implicitamente) come “l’incarico del potere pubblico”. Tuttavia, sono in errore quando suppongono che un tale potere sia mai stato delegato, o possa mai essere delegato, da un qualche gruppo ad un altro gruppo di uomini.

Una tale delega di potere è naturalmente impossibile. Nessuno può delegare o concedere ad altri alcun diritto di dominio arbitrario su una terza persona, perché ciò comporterebbe il diritto della prima persona non solo a fare del terzo il suo schiavo, ma anche di disporne come uno schiavo a favore di altre persone. Ogni contratto che stabilisca questo è necessariamente criminale, e come tale invalido. Chiamare tale contratto “Costituzione” o “Statuto” nulla toglie alla sua criminalità, nulla aggiunge alla sua validità.

Questo fatto, che nessun uomo può delegare o cedere il proprio o altrui diritto naturale alla libertà, dimostra che non si può delegare ad un uomo o a un gruppo di uomini o a un partito politico alcun diritto di dominio arbitrario – o, il che è la stessa cosa, nessun potere legislativo – su se stessi o su qualcun altro.

Luciano Spiazzi

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