Politica, la grande astensione al voto il 4 marzo

Vicenza – In un precedente articolo abbiamo già rilevato come l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici (Censis), a questo rilevamento vanno aggiunte almeno altre due constatazioni. La prima è contenuta in un’intervista, del 2 febbraio, fatta dal quotidiano “La Repubblica” all’ex ministro del bilancio del 1994, Giancarlo Pagliarini, che così possiamo riassumere:

“Nel medioevo le bande di re e di signorotti che volevano gestire il potere dichiaravano guerre e si prendevano a botte. A mio giudizio la nostra politica oggi è ancora medioevo. L’obiettivo non dovrebbe essere quello di gestire il potere ma quello di servire i cittadini. In questo caso i diversi partiti dovrebbero lavorare assieme.  A Berna (Svizzera) oggi i sette membri del governo rappresentano i quattro partiti più votati alle ultime elezioni: due sono dell’Udc (Unione democratica di centro. Alle ultime elezioni hanno ottenuto il 29%), due sono del Ps (Partito socialista svizzero. 19%) , due del Plr , i liberali radicali. (16%) e uno del Ppd (il Partito popolare democratico. 12%). In totale 76%”.

Nel valutare la percentuale complessiva si deve tener presente che in Svizzera la partecipazione alle elezioni parlamentari è stata per decenni all’incirca del 40%, perché in quel Paese sono funzionanti gli istituti della democrazia diretta.

Pagliarini prosegue: «L’articolo 177 della Costituzione impone che il governo deve decidere in quanto autorità collegiale. Questo significa che nei confronti dell’esterno i ministri difendono le decisioni del governo anche se queste non coincidono con quelle del loro partito di appartenenza o con la loro opinione personale. Con questa cultura la Svizzera, che è grande il doppio della Lombardia, “siede stabilmente in cima, o nei pressi della cima, di quasi tutti gli indici globali di ricchezza, competitività, qualità della vita, innovazione…” (Parag Khanna, “ La rinascita delle città-stato”). Dunque i partiti, che sono diversissimi tra loro, non si fanno la guerra ma ragionano con pragmatismo e lavorano assieme per i cittadini. Invece da noi i partiti litigano continuamente. Perché? A mio giudizio per il motivo che da noi non si lavora per i cittadini ma si lotta per gestire il potere. L’idea di lavorare assieme, facendo ognuno i necessari passi indietro, da noi è considerata assurda e la chiamano “inciucio”, anche a costo di far colare a picco l’intero paese”.

Insomma, l’elettore che non sia “tifoso” di questo o quel partito, o che di riffa o di raffa non sia o aspiri a diventare un tax consumers; cioè una persona che vive di politica (i veri ladri di democrazia), percepisce che il suo voto non servirà a cambiare l’andazzo corrente, anche perché chi è preposto a fare le riforme non ha alcun interesse a privarsi del potere che gli è stato conferito e legittimato per mezzo del voto. L’altra considerazione riguarda i mezzi di comunicazione mainstream, che sono tutti presi da quella che, per semplicità, definiremmo la “mania di grandezza”: ci vuole più Europa, ci vogliono più accordi internazionali che perfezionino la globalizzazione, etc. etc.

A questo proposito è utile conoscere il punto di vista di Leopold Kohr, economista, giurista e politologo (1909-1994), noto per la sua opposizione al “culto della grandezza” nel campo dell’organizzazione sociale, è tra gli ispiratori del movimento del “Piccolo è Bello”. Ne “Il crollo delle nazioni” così argomenta:

“La causa di tutte le forme di miseria sociale è una sola: la grandezza […] La grandezza, ovvero sia il raggiungimento di dimensioni eccessive, non rappresenta uno dei tanti problemi sociali, ma costituisce il solo ed unico problema dell’universo […] Se le stelle del cielo o gli atomi di uranio si disintegrano in una esplosione spontanea, ciò avviene non perché la sostanza di questi corpi abbia perduto il suo equilibrio, ma perché essa ha cercato di espandersi eccessivamente, superando quegli invalicabili limiti che circoscrivono ogni incremento di materia. Se il corpo umano si ammala ciò è dovuto, come nel caso del cancro, al fatto che una cellula, o un gruppo di cellule, ha incominciato a svilupparsi eccessivamente, oltre gli stretti limiti fissati dalla natura. E se un organismo sociale si lascia prendere dalla febbre dell’aggressione, della brutalità, del collettivismo o della stupidità collettiva, ciò avviene non tanto perché esso sia caduto sotto un cattivo governo o sia colpito da aberrazione mentale, quanto perché gli individui – che sono di solito così amabili se presi uno ad uno o in piccoli gruppi – si sono fusi in unità sociali eccessivamente vaste, come le masse proletarie, i grandi sindacati, i cartelli, o le grandi potenze, incominciando quindi a scivolare irreparabilmente verso un’inevitabile catastrofe”.

Oltre a queste riflessioni, proponiamo ai lettori di questo quotidiano due constatazioni. Almeno un paio di nuovi movimenti o partiti politici apparsi negli ultimi lustri, hanno usato una specie di parola magica, di “apriti sesamo”, per arrivare a far breccia sull’elettorato per acquisirne il consenso. Il primo è stata la Lega Nord che con il tema del federalismo è entrata addirittura a far parte del governo, e ad esprimere dei ministri. Tuttavia il prof. Gianfranco Miglio ebbe a confessare la sua sorpresa nel constatare che tra i dirigenti di questa formazione politica non c’era nessuno che comprendesse cos’è veramente il federalismo. Il risultato finale è che oggi nessuno parla più di federalismo o lo prende in considerazione.

Il secondo soggetto politico è il M5S che, con l’argomento della democrazia diretta, è avviato alla stessa conclusione. Qui non sprecheremo molte parole, perché anche a livello di Enti locali, dove governa il M5S non c’è nessun autentico strumento di democrazia diretta, ed in ogni caso il quotidiano “Il Figlio” vi sta dedicando molto spazio per verificare l’inconsistenza di questa battaglia civile (vedi qui).

Molti intellettuali (Hans Hermann Hoppe è tra questi) sostengono: Perché i piccoli Stati, gli Stati decentralizzati, sono più ricchi? Perché vogliamo avere una grande moltitudine di Stati? Fin dal Medioevo, l’Europa era estremamente decentrata: la Germania fino al 1871 era composta da trentotto principati e la situazione italiana era simile fino al 1866. Se consideriamo il periodo attuale, il Paese più ricco in Europa è la Svizzera, o forse addirittura il Liechtenstein, un Paese di soli trentaseimila abitanti. Il successo della Svizzera è dovuto alla democrazia diretta, ed anche al fatto che la Svizzera è altamente decentrata: è costituita da un gran numero di Cantoni indipendenti e ammette la loro concorrenza fiscale.

Alcuni Cantoni prevedono imposte inferiori, per questo molte aziende si sono stabilite in quelle aree dove le tasse sono più basse, evitando quei Cantoni che tassano le attività in modo più pesante. Il progetto dell’Unione europea è ovviamente l’esatto contrario: evitare ogni concorrenza fiscale, rendere ogni paese uguale a un altro, per armonizzare le imposte e le normative, in modo che non ci sia più motivo di trasferirsi da un posto all’altro. Se uno Stato, per esempio il Lussemburgo, ha tasse inferiori rispetto ad altri paesi europei, l’Europa non invita gli altri ad abbassare le imposte al livello di quelle del Lussemburgo, ma chiede al Lussemburgo di aumentare le tasse al livello di quelle della Germania e della Francia. Questa strategia dell’Europa è un progetto socialista, non ha niente a che vedere con la proprietà privata o con il commercio libero. Mira a rafforzare sempre più il potere dei governi, permettendo loro d’infierire sempre di più sulla proprietà privata e la propria cittadinanza.

Enzo Trentin

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