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Elezioni 10 giugno

Politica, il voto è una cambiale in bianco?

Vicenza – Il potere di un governo democratico si fonda sul consenso o no? La risposta è “no”, perché non si possono consegnare i propri diritti, né coi contratti né tanto meno con il voto. Ed ancora, se i diritti sono “tuoi”, non potrai farne quel che vuoi? In un’ottica giusnaturalista la propria volontà o il diritto di proprietà non si possono alienare perché parte della propria natura. Sarebbe come credere di poter smettere di essere un uomo e trasformarsi in una bistecca. Per lo stesso motivo neanche togliersi la vita è legittimo; uno può ovviamente farlo, ma compie un omicidio.

Il voto democratico non è diverso. Non è il mandato ad un governo a fare quello che fa ai “suoi” cittadini, anche se questo fonda la sua legittimità su tale finzione. Il governo non è legittimato a tassare e legiferare come gli pare solo perché ha ottenuto la maggioranza dei voti; poiché appunto gli elettori con una crocetta non hanno consegnato diritti inseparabili dalla loro natura. Il voto poi ha ancora meno senso, perché col voto l’elettore consegnerebbe anche i diritti dei suoi vicini, non solo i suoi, cosa particolarmente assurda.

Questo significa, d’altro canto, che non c’è nessuna responsabilità giuridica dei crimini del proprio governo nei confronti dei suoi elettori. Ad esempio, i crimini del governo di Hitler furono compiuti da chi materialmente li compì. Lo certifica il processo di Norimberga che, il 18 ottobre 1945, svolse l’udienza di apertura del Tribunale militare internazionale. La cosiddetta “responsabilità” dei tedeschi fu distinta dal nazismo.

Se fossero giuridicamente responsabili gli elettori vorrebbe dire che il voto è davvero un mandato e che quindi quella che il governo esercita non è coercizione, ma un servizio richiesto (o coercizione solo nei confronti di chi non è andato a votare). Infatti è tollerabile solo un servizio di difesa sottoscritto con un’agenzia (nel Far West c’era la Pinkerton, nel medioevo una varietà di Podestà). Anche se è un rituale vuoto, votare non è un bel gesto.

Esistono responsabilità morali più ampie, diverse da quelle giuridiche. E il voto manifesta le vili aspirazioni dell’elettore che chiuso in cabina vorrebbe fossero fatte a sé e ai suoi vicini (a cui magari sorride e dice buongiorno) cose che non ha il coraggio di fare in prima persona. E soprattutto votando si diffonde quella superstizione della legittimità di ogni azione dello Stato che ci porta più o meno velocemente verso il baratro.

È stato rilevato: “Seppure involontariamente, si sono modificate radicalmente le classifiche esistenti in materia di risorse pubbliche pro capite fruite dalle varie aree e soprattutto (il che è ancora meno accettabile) si è finito talvolta col finanziare i ceti più ricchi di una regione povera mediante i prelievi sui ceti più poveri di una regione ricca”. L’ultimo periodo è perentorio, direi anzi fulminante. Sta a dire che i poveri del Nord sono stati tassati per mantenere i ricchi del Sud.

Il virgolettato è tratto da un libricino dal titolo intrigante: “Sulla questione fiscale”, edito nel 2000. Autori, la commissione Giustizia e pace della Diocesi di Milano (ne facevano parte, tra gli altri, Angelo Caloia, Lorenzo Ornaghi, Alberto Quadrio Curzio).

Scriveva il cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, nella presentazione del libretto succitato: “La questione fiscale è una delle questioni più complesse e ardue da affrontare: non è un tema né facile, né comodo; rimanda ad argomenti più radicali attinenti la stessa concezione di società, di Stato, di democrazia; suscita diverse e talvolta contrapposte valutazioni… A mostrare la difficoltà del tema concorre anche la costatazione del fatto che se ne parla relativamente poco nelle esposizioni correnti della dottrina sociale della Chiesa. Eppure la questione fiscale ha un rilievo sociale e politico rilevante nella vita e nell’azione degli Stati”.

Il libretto era il seguito e la sintesi di altri lavori, nati negli anni caldi della questione settentrionale. Chiudeva sperando che questo dibattito potesse “far crescere, nel concreto e non solo nelle indispensabili dichiarazioni di principio, quella moralità personale e pubblica di cui si avverte il bisogno”. Chi il 4 marzo si accinge a votare, quali contro argomentazioni ha da contrapporre a questa esposizione?

Luciano Spiazzi

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