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Politica, fra tigri feroci e mucche da mungere…

Vicenza – Le persone si stanno finalmente rendendo conto della truffa insita nel politicamente corretto: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici (fonte Censis). I politicanti non hanno mai rinunciato al loro sogno di dare ordini a tutti gli altri uomini, saccheggiandoli con le tasse e nel frattempo arricchendo se stessi. Come sosteneva Winston Churchill: «Fra tigri feroci e mucche da mungere, molte persone vedono l’impresa privata come una tigre feroce, da uccidere subito. Altre invece, come una mucca da mungere. Pochissime la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che, in silenzio, traina un pesante carro.»

Come nel melodramma giocoso “L’elisir d’amore”, di Gaetano Donizetti, su libretto di Felice Romani, in questi giorni di campagna elettorale per rinnovare il Parlamento il 4 marzo, ecco che arrivano i dottor Dulcamara (nell’opera un truffatore, che, spacciandosi per medico di grande fama, sfoggia alla gente i propri portentosi preparati): “Udite, udite, o rustici; se votate per me vi darò il bonus bebè. Chi percepisce la pensione minima se la vedrà aumentare a mille euro. Non pagherete più i ticket sanitari. E ancora: Stop Fornero, Asili nidi e università gratuiti, Stop invasione, Schiavi dell’Europa? No, grazie!, Legittima difesa sempre, Meno buonismo più giustizia, Il voto che unisce l’Italia. Per non parlare di: Onestà, esperienza, saggezza; oppure Partecipa, scegli, cambia”. Fosse vero, saremmo a questo punto?

Le tasse quante sono? Loro dicono circa 200, ma in vero ce ne sono molte di più, se comprendiamo accise, balzelli, addizionali e gabelle varie. Gli adempimenti previsti nei 365 giorni del 2017 sono stati circa 5 ogni 48 ore. Per il 2018 (qui) diventeranno 871 per gli imprenditori, artigiani e commercianti. 890 per i lavoratori autonomi, professionisti titolari di partita Iva. 651 per le società di persone, società semplici Snc, Sas, studi associati. 885 per le società di capitali ed enti commerciali, Spa, Srl, Società cooperative; e 903 per gli Istituti di credito, Sim, altri intermediari finanziari.

L’ideologia dei social comunisti è stata sempre e dovunque un disastro economico, constatato che, in tutte le società socialiste, le élite, dotate di collegamenti politici, vivono una vita di lusso, mentre quasi tutti gli altri sono ugualmente poveri, e coloro che genericamente si rifanno al centrosinistra sono abituati a vivere di tasse. Parlano a sproposito di diritti. Ignorano che la nozione di obbligo predomina su quella di diritto, che le è relativa e subordinata.

Un diritto non è efficace di per sé, ma solo attraverso l’obbligo corrispondente; l’adempimento effettivo di un diritto non viene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa. L’obbligo, anche se non fosse riconosciuto da nessuno, non perderebbe nulla della pienezza del suo essere. Un diritto che non è riconosciuto da nessuno non vale molto. Un uomo, che fosse solo nell’universo, non avrebbe nessun diritto, ma avrebbe degli obblighi.

Nel cosiddetto centrodestra le cose non cambiano. L’ultraottantenne sparaballe – alla pari del suo omologo Matteo Renzi -, domina con un disgustoso teatrino elettorale e con il suo partito personale. Nei suoi nove anni di governo non ha combinato granché. Quanto al M5S non è certo movimento di popolo con una gamba extraparlamentare, ma chiaramente partito come gli altri che in campagna elettorale fa promesse mirabolanti. Gli altri sono gregari che contano poco o nulla.

Il cittadino morigerato, rispettoso dei limiti imposti dalla decenza o dalla onestà, alieno da ogni eccesso e sregolatezza, si chiede per chi votare. E non si rende conto che il suo senso civico è eluso da questi dottor Dulcamara. Se, turandosi il naso, andrà a questa consultazione elettorale legittimerà questo stato di cose: ci saranno pochi milioni di tax consumers, che come zecche vivranno a spese del lavoro del resto dei sessanta milioni di taxpayer italiani.

In un recente libro davvero meritevole di lettura, «Costituzione, Stato e crisi. Eresie di libertà per un paese di sudditi», lo studioso padovano Federico Cartelli disseziona con cura la nostra carta costituzionale, rilevando tutti i suoi caratteri illiberali, statalisti, accentratori. Le sue critiche trovano piena conferma nell’inarrestabile processo di espansione dello Stato avvenuto dal dopoguerra a oggi sotto l’egida di una Costituzione che non ha mai frenato l’aumento della tassazione, della spesa pubblica, del debito pubblico, della burocrazia, dell’alluvione legislativa.

Nei nostri precedenti interventi abbiamo cercato di documentare come in una democrazia puramente rappresentativa, i cittadini non hanno quasi nessuna opportunità d’influire nella politica. Hanno solo l’opportunità di votare ogni tot anni. In un sistema puramente rappresentativo, insomma, c’è una frustrante mancanza d’opportunità di poter dare il proprio contributo partecipativo com’è naturale in ogni autentica democrazia. In un sistema di democrazia diretta ben sviluppato, invece, offerta e domanda rispetto alla possibilità d’esprimere opinioni-deliberazioni sono assai più equilibrate, e la gente sente che ha più libertà di scegliere tra partecipare direttamente al processo decisionale o demandare ad altri la responsabilità.

Ovviamente secondo i politicanti la democrazia diretta realizzerebbe un sovraccarico e la fatica di votare. Questa tesi secondo la quale i referendum, le proposte popolari di deliberazione, le petizioni, il recall (Un’elezione di richiamo è una procedura mediante la quale gli elettori possono rimuovere un politico o un funzionario prima che il mandato dello stesso sia terminato), e quant’altro è nell’armamentario della democrazia diretta, chiederebbero troppo agli elettori. Ne risulterebbe che si perde in rappresentatività, ma è esattamente questo il problema: i rappresentanti si sono impossessati della vita e dei beni dei cittadini.

Qualche dato per verificare la fondatezza della questione: in Svizzera la partecipazione alle elezioni parlamentari è stata per decenni all’incirca del 40% (quella ai referendum all’incirca del 50%); che è più bassa della partecipazione tedesca alle elezioni parlamentari (l’80%), oppure di quella francese alle elezioni presidenziali (dal 70% all’80%) o negli Usa (dal 50 al 60%).

Un confronto internazionale sui diritti dei cittadini rivela significative differenze nelle loro conseguenze giuridiche. Mentre in Italia, dalla nascita della repubblica, sono state presentate circa 635 proposte di legge di iniziativa popolare, tutte rimaste inevase (salvo una o due) dal Parlamento, in Austria una “domanda dei cittadini” non porta mai a un voto popolare, l’iniziativa dei cittadini svizzeri invece conduce sempre a una votazione popolare, purché il comitato d’iniziativa non ritiri l’iniziativa stessa.

Non conosciamo nessuna indagine in cui una larga parte della gente consultata risponda di volere meno referendum. Al contrario, la stragrande maggioranza dei cittadini che non votano mai sono fermi sostenitori della democrazia diretta [vedasi: S. Möckli (1994), «Direkte Demokratie. Ein Vergleich der Einrichtungen und Verfahren in der Schweiz und Kalifornien, unter Berücksichtigung von Frankreich, Italien, Dänemark, Irland, Österreich, Liechtensten und Australien», Bern: Verlag Paul Haupt, pag. 184].

Dunque, livelli di partecipazione ad elezioni e referendum non necessariamente dovrebbero essere elevati, e una partecipazione referendaria del 10% o del 20% non deve essere per forza un problema. Il principio del mandato svolge lo stesso ruolo essenziale nel processo decisionale sia in democrazia diretta che nelle elezioni parlamentari. In effetti, anche se in un referendum vota solo il 10% degli elettori, la decisione che ne scaturisce è sostenuta molto più ampiamente di quanto lo sia nel caso di un voto parlamentare, in cui solo lo 0,005% dell’elettorato prende la decisione. Il 10% di elettori nel voto popolare diretto ha un mandato altrettanto valido di quello dei parlamentari, col vantaggio che loro sono molto più numerosi.

C’è anche da dire che il mandato dato dai non-votanti ai votanti in un referendum è molto più ristretto che in una elezione, in quanto c’è solo una decisione specifica all’ordine del giorno, e non una serie di decisioni potenzialmente infinita su ogni sorta di differenti questioni. Concludendo: i cittadini dotati di spirito civico, anziché pensare ad appoggiare e legittimare questo o quel politicante, o a formare nuovi partiti politici, dovrebbero impegnarsi alla costituzione di comitati che si prodighino per ottenere inizialmente gli strumenti di democrazia diretta negli Statuti dei propri Comuni ed enti locali. Ma questo lo approfondiremo in un prossimo intervento.

Enzo Trentin

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