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Politica, e se superassimo partiti e inganni?

Vicenza – Se n’è accorto anche Maurizio Crozza che provocatoriamente descrive la guida al voto del 4 marzo. Sicuramente non è facile e ci vuole tempo, ma prima di scartare un’idea bisogna trovare una strada alternativa. Proveremo a descriverla più avanti. Intanto alcune considerazioni: “Là dove i cittadini si manifestano in generale incapaci di affermare la loro personalità, i governanti li dirigono a modo loro come fossero marionette o li considerano come strumenti a loro disposizione”. Lo scriveva Moisei Ostrogorski, in “La democrazia ed i partiti politici” (English edition, London, 1903). Il giurista e sociologo russo proseguiva: “I partiti politici, spinti dalle necessità della concorrenza tra di loro, frutto della competizione elettorale democratica, sono indotti ad utilizzare gli strumenti del potere pubblico e le ricchezze sociali agli scopi dell’interesse del partito, per meglio collocarlo nella competizione elettorale”.

Sono sagge considerazioni sempre ignorate nelle campagne elettorali, l’attuale compresa. Che cosa “cede” in realtà un individuo che vota il proprio “rappresentante” nelle istituzioni, se non la sua “volontà”, ovvero la “proprietà” del proprio corpo e della propria mente, assoggettandosi alle scelte del rappresentante, se eletto? Come superare queste difficoltà? Sin dall’antichità ci si affidava al sistema del sorteggio. Anche nella Repubblica di Venezia, dal 1268 al 1797, vigeva il ballottaggio. Questo è una sequenza ordinata e finita, fatta di passi, operazioni o istruzioni elementari, che conduce a un ben determinato risultato in un tempo finito. In matematica corrisponde ad un algoritmo. Gli scopi principali del ballottaggio sono due.

Il primo: impedire i imbrogli. Non c’è qualcuno che fa l’«in-broglio», ovvero nascosto nel “brolo” (l’orto dietro palazzo ducale). Gli imbroglioni siamo noi stessi, la nostra natura umana. Il ballottaggio è basato sulla reciproca sfiducia. Un filtro per i brogli elettorali, ma soprattutto un sistema che produce maggioranze stabili di consensi.

Il secondo: scegliere rapidamente. A prima vista il ballottaggio o più semplicemente il sorteggio, può sembrare complicato. Invece è straordinariamente semplice, elementare e rapido. È stato sicuramente utile e necessario ad assicurare secoli di continua stabilità dell’ordine politico della Repubblica Serenissima di Venezia. La preveggenza dei veneziani, in questo campo, è sorprendente.

Molte regole elettorali richiedono il voto di una super maggioranza per cambiare lo status quo. Senza alcuna restrizione sulle preferenze, le regole della super maggioranza hanno proprietà paradossali. Ad esempio, i cicli elettorali sono possibili con qualcosa di diverso dalla regola della maggioranza al 100%. I ricercatori statunitensi Andrew Caplin e Barry J. Nalebuff, già nel 1988, hanno dimostrano che questi problemi non sorgono se vi è sufficiente polarità sugli atteggiamenti tra la popolazione votante.

La loro definizione di consenso sociale coinvolge due restrizioni sul dominio: una sulle preferenze degli individui, l’altra sulla distribuzione delle preferenze. Quando esiste consenso, la regola della maggioranza è del 64% ed ha molte proprietà desiderabili, compresa l’eliminazione di tutti i cicli elettorali. Quello che sorprende è che i ricercatori americani hanno “scoperto” il sistema in uso nella Repubblica di Venezia sin dal 1268, ovvero la cosiddetta “cabala dei 9 numeri” che fu istituita il 23 luglio di quell’anno quando il Maggior Consiglio elesse missier Lorenzo Tiepolo.

Suonate le trombe! Fate rullare i tamburi! «Questo xe el vostro Doge, se ve piase». Con questa formula venne presentato al popolo per sette secoli, finché Napoleone non istituì sbrigativamente in laguna il gioco di rubamazzo. Coniata il 25 agosto del 1205 quando elessero Pietro Ziani, i Patrizi si ripromettevano con quella formula pronunciata coram populum di zittire gli esagitati mugugni della gente che si sentiva sempre più emarginata dalla cosa pubblica. La “cabala dei 9 numeri” fu istituita, invece, come sopra indicato nel 1268.

Ma ecco la ricetta con la quale venivano somministrati quei numeri. Di 30 rimangono 9, i quali ne eleggono 40 che poi rimangono in 12 che ne eleggeranno 25 per rimanere in 9 che a loro volta ne eleggeranno 45 che si ridurranno a 11 per eleggerne 41 che alla fine eleggeranno il Doge, con almeno venticinque suffragi. Tutto qui. Come si vede, una semplicissima successione di combinazioni in parte fortuite e in parte intenzionali al fine di evitare qualsiasi broglio.

Il primo scopo del Ballottaggio è quello di proteggere la società dagli incantatori. Il demagogo, ossia colui che guida il popolo, è privato fin da subito di un uditorio da affascinare. La fascinazione è la madre della tirannide. I politici ne sono maestri dicendoci quello che vogliamo sentirci dire. Essi ci portano verso “un’isola felice dove ogni pena troverà il proprio riscatto e la parte migliore di noi si realizzerà pienamente”.

Ci infiammano, ci convincono e ci conducono per mano in questo luogo incantato perché essi hanno capito a fondo i nostri bisogni e le nostre necessità. Si chiamino di volta in volta: Mussolini, Bossi, Berlusconi, Renzi, Grillo. Al contrario il Ballottaggio è alla base di una nuova struttura che per mezzo della telematica potrebbe portarci fuori dal pantano partitocratico. Non esiste un’aula o un uditorio per oratori che infiammano gli animi, e che sobillano le fazioni.

Se proprio non vogliamo fare le cose “a mano” come i nostri antenati, ci potrebbe essere una piattaforma informatica dove i rappresentanti sono costretti a non materializzare brogli. Lo Stato Digitale (una questione oramai di attualità) si basa su un sistema di votazione elettronica ossia il voto in linea; un metodo già consolidato dalle tecnologie elettroniche ed informatiche, sia per esprimere il voto, sia per il conteggio delle preferenze. La prassi contempla varie applicazioni di votazione elettronica: ad esempio tramite postazioni nei Comuni, oppure per mezzo di Internet, o anche per telefono, sistemi a scansione ottica per l’identificazione del votante o sistemi informatici di varia natura.

Tale pratica è molto diffusa anche in ambito privato: nel 2007 la commissione Europea ha varato la Direttiva 2007/36/CE (Shareholders Rights Directive) che consente l’esercizio del diritto di partecipazione, e voto remoto nel corso delle assemblee degli azionisti. Tale direttiva europea ha permesso alle associazioni di azionariato critico e alle associazioni di rappresentanza degli azionisti di utilizzare il voto online, nonché di farlo conoscere come nuovo strumento di partecipazione alle decisioni, e come espressione della volontà dei soci.

I sistemi di votazione online sono utilizzati in molte nazioni moderne, sia in ambito privato, sia in ambito pubblico. In Usa, Regno Unito e in particolare in Estonia fin dal 2005, dove il voto via Internet è stato utilizzato anche nelle elezioni politiche e nei referendum. E ancora, il Canton Zurigo ha ricevuto un premio delle Nazioni Unite, il “Public Service Award 2007” per il suo sistema di voto elettronico (si veda qui). Sempre in Svizzera i referendum locali via Internet sono una pratica ormai consolidata, i votanti ricevono la password per accedere alla scheda elettorale, per mezzo del servizio postale. In linea generale, quindi, il voto tramite Internet si inserisce nella piena legittimità internazionale, considerato l’ormai consistente numero di Paesi che lo hanno adottato.

Per quanto riguarda le elezioni politiche e i referendum in Italia, la mancanza di una normativa in materia ha permesso di affrontare, nel 2014, una sperimentazione di voto elettronico sul tema dell’indipendenza del Veneto che attiene alla libera espressione, senza entrare in contrasto con il diritto interno e quindi oltrepassando i problemi procedurali. Il vuoto legislativo italiano in tema di votazione elettronica solleva inoltre le rappresentanze istituzionali da doveri organizzativi, in merito alla convocazione di comizi, preparazione di seggi elettorali, convocazione di scrutatori e altri vincoli operativi e normativi che costituiscono un ostacolo evidente nell’indizione d’una consultazione popolare tradizionale. Oppure, secondo l’opinione di molti osservatori, ha costituito una facile scusa per non decidere alcunché? Il Plebiscito Digitale è praticamente a costo zero.

I risultati di un laboratorio sperimentale, organizzato dal recentemente scomparso architetto Giulio Pizzati, di Valdagno, sono stati eccellenti, poiché per prima cosa si è potuta analizzare da vicino una pratica scomparsa da secoli. Se, dunque, sotto il profilo tecnico non ci sono ostacoli insormontabili, rimane da risolvere la questione relativa a chi sono le persone che possono accedere al ballottaggio. Una proposta vuole l’utilizzo dell’attuale struttura dell’ufficio elettorale comunale, alla quale tutti hanno diritto di accedere. Tuttavia, a differenza di oggi, l’iscrizione deve essere volontaria. In tal modo le persone che non hanno tempo da dedicare alla cosa pubblica o si sentono inadeguate al ruolo di pubblico amministratore, verrebbero preventivamente autoescluse.

Le persone da includere nel ballottaggio dovrebbero, dunque, esprimere un preciso impegno, e per constatare la rispondenza all’incarico eventualmente loro assegnato, dovrebbero superare un apposito esame. L’istituzione di cariche limitate nel tempo, poi, impediscono il radicamento di una classe di politici-funzionari. Comunque, niente soci in affari sorteggiati insieme, niente dipendenti dello Stato fra i ballottati. Niente parenti e niente datori di lavoro sorteggiati assieme ad un dipendente. Queste alcune delle poche antiche regole da attuare.

Nel 1988 Caplin e Nalebuff cadono vittime di un luogo comune: quello di attribuire alla Repubblica Veneta l’etichetta di oligarchia. Una etichetta che persiste nel tempo. La realtà dei fatti ha dimostrato, invece, che il significato di oligarchia, in questo caso, è quello di impedire agli imbroglioni l’accesso ai pubblici uffici, conservando alla funzione amministrativa i suoi tre requisiti fondamentali: l’efficacia della funzione, l’impossibilità per il funzionario di creare un potere personale o ereditario, l’evitare conflitti tra le funzioni.

Enzo Trentin

2 Commenti

  1. Giannantonio Zanolli

    Per iniziare una transizione che permetta di evolvere dal sistema partititico verso qualcosa che gradualmente si avvicini a quanto illustrato nell’articolo, basterebbe creare un ” Partito di Scopo e Funzione ” che in forma di una semplice segreteria leggera e agile, a struttura federale e orizzontale distribuita nei territori, si prenda carico di assolvere a tutte le pratiche burocratiche necessarie per la partecipazione alle elezioni di ogni livello e che nel tempo diventi possibilità continua e permanente.
    I candidati che entrano in questa Lista di ” Partito demarchico ” sono auto candidati anche senza tessera, comuni cittadini, che il tal giorno alla tal ora nel tal posto si ritrovano per partecipare e assistere al sorteggio dei candidati definitivi.
    Gli eletti poi non sono vincolati ad alcun programma e linea politica, ma sono liberi di esprimere in piena libertà il proprio pensiero e la propria volontà .
    Prevedere questa possibilità libera il sistema dal monopolio dei partiti e comporta molti effetti interessanti.

    Complimenti all’Autore dell’articolo.

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