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Il torrente Poscola, a Trissino
Il torrente Poscola, a Trissino, dove è stato trovato un pesante inquinamento da Pfas

Pfas, il medico: “Principio di precauzione ignorato”

Vicenza – Seconda puntata, quest’oggi, del nostro approfondimento sulla questione dell’inquinamento da Pfas in Veneto, problema che tiene banco nella nostra regione, e non solo, ormai da anni. E con grande preoccupazione di tutti, dato che, sebbene sia stata individuata una zona dove la contaminazione della falda acquifera è cominciata, la così detta Zona Rossa, il problema riguarda quantomeno un po’ tutta la regione. L’acqua infatti non conosce confini geografici e, come elemento essenziale per la vita, va ad interessare ad esempio i cibi ed anche l’aria.

Vincenzo Cordiano
Vincenzo Cordiano

Come è noto la principale responsabile di questo inquinamento, avvenuto soprattutto vari anni fa, è stata considerata l’azienda Miteni di Trissino, alla quale abbiamo dedicato la prima puntata di questa nostra panoramica sull’annoso problema. Lo abbiamo fatto con una intervista al suo amministratore delegato Antonio Nardone. Oggi diamo la parola ad un medico che è molto attivo sul fronte degli effetti sull’organismo umano di ogni inquinamento, e che segue da molto tempo ormai la vicenda della contaminazione da Pfas. E’ il dottor Vincenzo Cordiano, ematologo all’ospedale di Valdagno e referente di Isde Veneto – Medici per l’ambiente…

Dunque dottore, quanto sono davvero pericolosi questi Pfas?

Per qualsiasi sostanza chimica non è facile avere prove certe di pericolosità, è difficile insomma che ci sia la così detta “pistola fumante”, quantomeno perché parliamo del rischio che si sviluppino malattie che possono essere provocate da molti fattori diversi, da concause anche. Avviene ad esempio per l’aumento del colesterolo, che può essere provocato da presenza di Pfas nel sangue ma che  si innesca anche con stili di vita sbagliati, eccessi dietetici o fattori ereditari. Lo stesso avviene per le malattie della tiroide e la carenza di iodio. La presenza di Pfas nel sangue può inoltre contribuire ad aumentare il rischio, ad aggravarlo. A conti fatti comunque deve essere applicato il principio di precauzione, sancito dalla legislazione europea, secondo il quale, quando non esistono prove certe sulla pericolosità di una sostanza, nel dubbio, le autorità sanitarie responsabili della salute pubblica sul territorio debbono adoperarsi per evitare l’esposizione della popolazione al potenziale pericolo, almeno in attesa che venga dimostrata o meno la pericolosità di queste sostanze.

Gli studi scientifici sull’argomento cosa dicono?

Che i Pfas siano nocivi per la salute lo dice ad esempio il Decalogo per il cittadino degli interferenti endocrini, redatto dall’Istituto superiore di sanità già nel 2012. E’ un documento scritto molto bene con linguaggio comprensibile al grande pubblico, al quale si rivolge, molto utile per i cittadini. In esso si dice che, come suggeriscono studi scientifici in proposito, l’esposizione ai due principali composti della famiglia dei Pfas, ovvero Pfoa e Pfos, può causare malattie della tiroide e infertilità. Esistono inoltre vari studi, fatti soprattutto negli Stati Uniti, dopo il caso della DuPont, ma anche nella zona contaminata del Veneto, che confermano quanto già si sapeva dalla letteratura scientifica precedente. Uno studio è stato fatto anche da noi dell’associazione Medici per l’ambiente, nel quale si valutavano le cause di morte dal 1980 al 2010. Ebbene è emerso che, nella così detta Zona Rossa c’era, rispetto alle altre parti del Veneto dove l’acqua non era contaminata da Pfas, un eccesso di morti per diabete, infarto e cardiopatie varie, ischemie e, nelle donne, cancro del rene. Quest’ultimo, assieme a quello del testicolo nell’uomo,  è uno dei tumori che erano stati trovati più di frequente nella popolazione americana contaminata dalla DuPont. Anche uno studio del Servizio epidemiologico regionale del Veneto ha osservato, nel comune di Lonigo, un eccesso dell’84% di interventi chirurgici per cancro al testicolo, rispetto alle aree non contaminate, nel periodo che va dal 1997 al 2014. Anche la Regione Veneto, in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità, ha fatto studi che dimostrano come nella zona contaminata c’è un eccesso di malattie di vario tipo, sia negli adulti che nelle donne gravide e nei neonati, soprattutto nei nati prematuri.

Di recente, anche il professor Foresta dell’Università di Padova…

Sì, anche questo studio ha evidenziato come nei ragazzi adolescenti dei licei di Montegalda e Bassa padovana ci fossero alterazioni riconducibili alla diminuzione del testosterone. Parliamo anche di anomalie impressionanti, sconvolgenti, come la riduzione della lunghezza del pene, della dimensione dei testicoli e del numero di spermatozoi.

I Pfas a catena corta, i Pfba e Pfbs, sono meno pericolosi?

Ci sono meno studi su questi composti, ma ritengo non ci sia una sostanziale differenza. Certamente i composti perfluoroalcilici a catena corta vengono eliminati più rapidamente dall’organismo. Ad esempio: se bevo dell’acqua contenente Pfoa il mio organismo impiegherà degli anni, 2 o 3, per eliminarlo completamente. I composti a catena corta invece vengono eliminati in un periodo più breve, che può andare da qualche settimana a qualche mese. Però, se io continuo ad essere esposto ogni giorno, alla fine queste molecole si accumulano lo stesso. Si consideri inoltre che la contaminazione da queste sostanze non è solo nell’acqua, ma è un po’ ovunque, perché le sostanze che sono in quell’acqua le troveremo anche nel terreno, e quindi nei prodotti agricoli, nelle carni di animali che avranno pascolato in quel terreno, ed anche nell’aria che si respira.

Per quanto riguarda la plasmaferesi…? E’ utile?

La plasmaferesi potrebbe essere utile, perché queste molecole si legano all’albumina. Quindi, se con la plasmaferesi tolgo dal sangue il plasma, e quindi le albumine, potrei rimuovere anche sostanze  estranee come i Pfas. Purtroppo però, tutto questo non è mai stato dimostrato con certezza, né si può pensare con questo metodo di tirar via le molecole che si sono accumulate nei tessuti. In definitiva, è vero che la plasmaferesi viene fatta da decine di anni e che è una procedura abbastanza sicura, con pochi effetti collaterali di solito trascurabili, però, come deve essere per ogni farmaco o terapia se non vi sono analoghe situazioni precedenti, andava fatto uno studio sperimentale, che è stato programmato dalla Regione Veneto ma che poi non è stato fatto. In quei 60 o 70 ragazzi che sono stati inizialmente sottoposti a plasmaferesi, prima che si interrompesse per le polemiche con il Ministero, si è però visto che il risultato è stato modesto e che, specialmente in soggetti giovani, conviene forse lasciar fare alla natura…

Si parla sempre della Zona Rossa, ma le altre zone? Siamo a rischio un po’ tutti?

Decisamente sì, nessuno può dirsi tranquillo, e stiamo parlando a livello mondiale, perché queste sostanze, i Pfas, sono ovunque e, una volta immesse nell’ambiente, sono molto persistenti. E’ vero che adesso, per quanto riguarda l’acqua potabile, il problema è stato quasi completamente risolto con i filtri a carboni attivi…

A proposito, anche i Pfas a catena corta vengono trattenuti dai filtri?

I filtri a carbone, dobbiamo dire, trattengono tutte le sostanze inquinanti presenti nell’acqua. Infatti abbiamo visto che, dove sono stati installati, i Pfoa e Pfos sono assenti del tutto, mentre permangono in effetti picciole quantità di Pfas a catena corta, che riescono evidentemente a passare trattandosi di molecole più piccole, specialmente se i filtri cominciano ad essere un po’ usurati. Infatti, via via che i filtri vengono usati, si consumano e perdono efficacia. L’importante dunque sarebbe cambiarli spesso, almeno una volta al mese…

Cosa deve fare una persona che ha livelli alti di Pfas nel sangue?

Purtroppo, tranne forse la plasmaferesi, non esiste al momento alcun tipo di cura. Il consiglio che si può dare è quello di seguire scrupolosamente uno stile di vita sano, per evitare che la presenza di queste sostanze nel sangue si sommi all’effetto di tutti gli altri fattori di rischio. Quindi, si consiglia una dieta adeguata per evitare gli accumuli di grassi e colesterolo, non fumare, non condurre vita sedentaria, evitare gli alcolici, non andare sovrappeso. Insomma per una persona contaminata da Pfas, rispetto agli altri, è più importante seguire quegli accorgimenti noti, che comunque suggeriamo a tutti.

F.O.

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