Mark Twain
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Elezioni politiche, gli indecisi e chi si asterrà

Vicenza – A sentire i discorsi che “l’uomo qualunque” fa a ruota libera, per le prossime elezioni c’è una consistente componente dell’elettorato che si asterrà dal voto; sostanzialmente perché disgustata dalla partitocrazia, e col convincimento che il proprio voto non serva. Costoro, ammiccando, ricordano Mark Twain «Se le elezioni servissero a qualcosa, non ce le lascerebbero fare». Sul fronte opposto ci sono persone che non ignorano il degrado della vita pubblica italiana, ma spinti da spirito civico cercano il “meno peggio” cui affidare la rappresentanza politica.

L’aforisma di Mark Twain potrebbe essere sottoposto a un ragionamento opposto: se le elezioni non servissero a nulla, perché mai i politici si dannano in modo disumano per riuscire a vincerle? In realtà… nella pseudo democrazia che ci offre lo Stato italiano, i politici concorrono per accaparrarsi il “bottino” dei privilegi e delle prebende. In questo affiancati dai dipendenti pubblici, che per quante marachelle combinino non sono licenziabili, ed hanno un gentlemen’s agreement con i politici.

Infatti, dopo 8 anni di blocco il Governo ha rinnovato il contratto degli statali e gli arretrati verranno pagati a febbraio (e il deficit pubblico?). «Non è una mancia preelettorale ma il frutto di un lavoro complesso di 4 anni». A scandirlo in un’intervista al “Corriere della Sera”, del 22/01/2018, è la ministra della Pubblica amministrazione, Marianna Madia. Chi ci crede? Oggi i dipendenti pubblici italiani sono 3.257.014 (dati 2015). Ma non sono i soli tax consumers; c’è anche la pletora dei cosiddetti “trombati” che bivaccano negli Enti locali, nei Consorzi pubblici, nelle Comunità montane, nelle Aziende municipalizzate, e in tanti Enti che senza il patrocinio o contributo pubblico non esisterebbero. Dunque, anche se milioni di “uomini qualunque” si asterranno dal voto, quei pochi milioni di burocrati eleggeranno in ogni caso un Parlamento che formerà un Governo.

Dagli uomini di Neandertal agli Egizi e agli Inca, tutti credevano nella continuazione della vita dopo la morte. Non nella reincarnazione, sia chiaro, bensì nella vita come la vivevano sulla terra. Perciò facevano mettere nella tomba quanto avevano di più prezioso. Molti re e imperatori portavano con loro anche le mogli preferite, i funzionari, i soldati, i servitori e gli animali, oltre ai tesori. Per questo Il furto nelle tombe è antico quanto la prostituzione. È un peccato che in Italia non seguiamo il loro esempio. Pensate! Quando muore un Presidente, potrebbe ordinare di essere sepolto con tutto il Parlamento e buona parte dei burocrati. La maggioranza degli elettori italiani approverebbe un rituale del genere?

Nella pubblica amministrazione, i burocrati più anziani predicano che l’arretrato è potere. Più carte da smaltire ci sono sulla loro scrivania, più favori potranno distribuire, estraendo dal mucchio la pratica giusta. Sosteneva Max Nordau che «l’orgia di regolamentazione e il protocollismo non danno alla vita dell’individuo una garanzia maggiore di quella che dà la barbarie con tutta la sua assenza di regolamentazione». In Italia, siamo al “mandarinismo”, altro che civiltà, al punto che i dipendenti pubblici sono spesso organizzati in dinastie: il figlio di, il cugino di, il nipote di ottengono un posto di lavoro per cooptazione familiare, alla faccia dei ridicoli concorsi con valore legale e marca da bollo.

Più il sistema pubblico è presente, e invasivo, nelle nostre vite e più siamo immersi in una sottospecie di “Kampuchea Democratica”, in cui sguazzano un sacco di sedicenti liberali. Come spiegava Nietzsche – non propriamente un liberale – «Il socialismo ambisce a una pienezza di potere statale, quale solo qualche volta il dispotismo ha avuta, anzi esso supera di gran lunga ogni forma analoga del passato, perché aspira espressamente all’annientamento dell’individuo». E per farlo ha bisogno di milioni di girapollici a tradimento, ironia della sorte pagati dalle loro stesse vittime sacrificali.

È rarissimo assistere a vicende parallele e molto simili a questa che vede come protagonista Dimitur Peshev, vicepresidente del parlamento bulgaro, che con astuzia ed energia riesce, praticamente da solo, ad inceppare dall’interno, nel marzo 1943, la macchina burocratica della deportazione e dello sterminio, opponendosi alla decisione del re Boris III (1894-1943) di consegnare gli ebrei bulgari ai tedeschi. Tant’è che la Bulgaria, assieme alla Danimarca, è l’unico Stato sotto occupazione militare nazista in cui quasi tutti gli ebrei (ve ne sono poco meno di cinquantamila) scampano alla persecuzione. Originario di Kjustendil, una cittadina dove ebrei e bulgari avevano vissuto in stretti rapporti per generazioni, Peshev può essere considerato l’anti-Eichmann per eccellenza.

Egli, infatti, ha dimostrato che anche nelle condizioni estreme in cui la coscienza umana è offuscata da un conformismo generale, perché “leggi, usi e costumi morali non hanno più forza vincolante”; anche all’interno di un gruppo dirigente che ha accettato per ragioni “irredentistiche” la logica nazista sugli ebrei; anche all’interno di un sistema burocratico che ha acconsentito allo sterminio, e lo gestisce tecnicamente senza porsi domande; anche in una situazione in cui un altissimo funzionario è tenuto a rispettare la logica degli ordini e la disciplina, è possibile riconoscere il male e opporvisi. Alla fine è sempre la persona umana che può decidere moralmente, anche in un contesto dove l’immoralità è diventata la norma generale.

Per uscire dalla paradossale “situazione kafkiana”, in genere angosciante, che viene accettata come status quo, implicando l’impossibilità di qualunque reazione tanto sul piano pratico quanto su quello psicologico, ci sarebbero gli istituti di partecipazione popolare: referendum, l’iniziativa di delibere negli Enti locali e di leggi regionali o parlamentari d’iniziativa popolare, la revoca dei funzionari e dei politici prima della scadenza del loro mandato, ed altri strumenti ancora; ma se per averli – anche solo come funzione deterrente – dovremo chiederlo ai politici, o votare con i sistemi che hanno approntato loro, e mai sottoposti all’approvazione del cosiddetto “popolo sovrano”…

Luciano Spiazzi

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