Eleggiamo democratici autentici prima di tutto

Vicenza – Obiettivamente non crediamo si possa dimostrare la validità in assoluto della democrazia su altri sistemi di governo. Tuttavia la sensazione di avere ottime ragioni per preferirla ad altri metodi di organizzazione della specie umana, rimane molto forte. D’altra parte questo sistema sembra avere più successo degli apparati totalitari. La democrazia rappresentativa è democrazia? C’è da dubitarne! Tutti sanno che democrazia significa ‘governo del popolo’. Semplice no? Ma in realtà la democrazia che si è vista e che si vede praticata in questo Paese è piuttosto lontana da questo semplice concetto. Infatti molti limiti sono stati posti, e ancora sono posti, ad entrambi i termini ‘governo’ e ‘popolo’.

Il ‘popolo’, che dovrebbe avere il ‘governo’, non è mai stato la totalità dei cittadini di uno Stato. Storicamente è sempre stata una parte selezionata dei cittadini. Gli Ateniesi, che hanno ‘inventato’ questo metodo, intendevano con la parola ‘popolo’ solo una piccola parte degli abitanti del territorio ateniese, escludendo tra gli altri gli schiavi e le donne. Le democrazie moderne, nate dopo la rivoluzione francese, hanno escluso inizialmente tutta una serie di categorie: quelli che non possedevano terra o beni a sufficienza, quelli al di sotto di un certo reddito o che non pagavano tasse, i residenti da meno di un certo periodo di tempo, gli uomini di un certo colore, le donne, quelli al di sotto di una certa età, e così via.

Questi limiti sono stati lentamente superati o ridotti e oggi, quando si parla di sistemi democratici, sappiamo che i limiti della parola ‘popolo’ sono in genere ridotti al possesso della cittadinanza, e dal superamento della maggiore età. Così, dal punto di vista della parola ‘popolo’, la situazione è quasi soddisfacente. Molto peggiore è, invece, la situazione riguardo i limiti alla parola ‘governo’. Infatti fin dalla nascita delle democrazie moderne, il ‘governo’ non è mai stato del ‘popolo’, ma il ‘popolo’ si limitava, e ancora si limita, a scegliere, con le elezioni, alcuni dei suoi membri cui delega il potere di proporre, decidere, eseguire e controllare. Così il ‘governo’ non è più del ‘popolo’, ma dei suoi rappresentanti.

L’economista Franz Oppenheimer (1864 – 1943) sosteneva che ci si può guadagnare da vivere in due modi, facendo uso di “mezzi economici” (lavoro), oppure facendo uso di “mezzi politici” (aggressione-imposizione fiscale). Per dirla con John Calhoun (1782 – 1850), i primi sono “produttori di ricchezza”, i secondi “consumatori di ricchezza” che altri generano. I rappresentanti politici appartengono alla seconda categoria, sono milioni di zecche che non pagano tasse, ma contribuiscono solo ad incrementare la spesa pubblica (e corrente) del Bordello peninsulare.

Come si esce da questo impasse? In due modi, il primo dei quali attualmente edulcorato dalla partitocrazia:
1) – con gli strumenti di democrazia diretta, ovvero referendum senza quorum (questo giornale ha trattato l’argomento in questa pagina), l’iniziativa popolare, ed altri ancora.
2) – superando il metodo elettorale con quello a sorteggio. Sulla vetustà di questo metodo si veda qui e, detto en passant, a Venezia durò secoli. Si veda qui.
Ad ogni modo questi due aspetti saranno approfonditi nell’immediato futuro, compatibilmente con le esigenze editoriali di questo quotidiano.

Nell’imminenza delle elezioni del 4 marzo, tutti i principali mass-media si sforzano di arronzarci con dati economici positivi: «Stiamo uscendo dalla crisi», è il mantra. Tuttavia col microscopico e imprevisto aumento del Pil noi non mangiamo. Il Censis, nel suo 51° rapporto sulla situazione sociale del paese (capitolo «La società italiana al 2017», per essere precisi), dopo aver magnificato la “ripresa” da buon adulatore servile (Roma, 1 dicembre 2017 – E l’industria va), non può esimersi dal parlare di rancore popolare, per la precisione di Risentimento e nostalgia nella domanda politica di chi è rimasto indietro:

“L’onda di sfiducia che ha investito la politica e le istituzioni non perdona nessuno: l’84% degli italiani non ha fiducia nei partiti politici, il 78% nel Governo, il 76% nel Parlamento, il 70% nelle istituzioni locali, Regioni e Comuni. Il 60% è insoddisfatto di come funziona la democrazia nel nostro Paese, il 64% è convinto che la voce del cittadino non conti nulla, il 75% giudica negativamente la fornitura dei servizi pubblici. Non sorprende che i gruppi sociali più destrutturati dalla crisi, dalla rivoluzione tecnologica e dai processi della globalizzazione siano anche i più sensibili alle sirene del populismo e del sovranismo. L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica”.

Matteo Corsini, economista, (vedi qui) fa una constatazione: Silvio Berlusconi, ora affaticato dalla campagna elettorale, si presentò alle elezioni politiche del 1994 promettendo agli italiani una rivoluzione liberale. Promessa poi reiterata a ogni competizione elettorale alla quale ha preso parte. Nonostante gli oltre otto anni al governo, di rivoluzione liberale non si è vista traccia. A partire dalla riduzione delle tasse. La riduzione delle tasse è sempre auspicabile, a maggior ragione quando si parte dai livelli di pressione fiscale reale come quello che c’è in Italia da tanti anni. Nessuna riduzione fiscale può però essere permanente se non si contiene al tempo stesso la spesa pubblica. E questo è tanto più valido quanto più alto è il debito pubblico al punto di partenza.

Quindi la questione di fondo, in un Paese come l’Italia, è ridurre non solo il peso delle tasse, ma il peso dello Stato, ossia semplificando, tasse e spesa pubblica. Prese insieme, in Italia tasse e spesa pubblica rappresentano il 95.7% del Pil. È allora ridicolo quanto ha affermato anche di recente Berlusconi. Per esempio: «Nel rapporto tra debito e Pil oggi il denominatore è falsato dal reddito sommerso». Reddito che si suppone dovrebbe emergere con la flat tax. Cosa che potrebbe anche realizzarsi, ma che non farebbe miracoli a breve termine sul Pil nominale, che già oggi, in realtà, incorpora una stima di reddito sommerso.

E nemmeno rivolgendosi altrove, ovvero a quella parte che ha affermato che pagare le tasse è bello (poiché di quello essa vive) c’è da sperare. Dunque, appare utile comprendere che non bastano un partito di quadri rivoluzionari, e un programma politico opposto a quello veicolato dal potere vigente; è necessario, per avere successo, opporre una forma di governo alternativa a quella adottata dalla classe dominante, per tutelare i suoi interessi e controllare le classi sottostanti. È per questo che esistono gli strumenti di democrazia diretta che approfondiremo più avanti.

Enzo Trentin

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