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Quale democrazia se il popolo non governa? 

La democrazia è libertà. Guardarsi dagli apologeti

Vicenza – La democrazia rappresentativa il 4 marzo festeggerà il rito dell’elezione dei suoi “sovrani”, che entusiasticamente occuperanno il potere dello Stato e sovvertiranno i concetti di libertà per chiedere, una volta ancora, di dare poteri illimitati alla regola della maggioranza. Eppure il progressista Herbert Croly, nel 1909 dichiarò: “La libertà individuale è importante, ma più importante ancora è la libertà di un intero popolo di disporre del proprio destino”. All’atto pratico, questo significa la “libertà di un intero popolo” di disporre dei diritti, delle proprietà e delle proprie vite.

Non bastasse, il Nobel F. A. Hayek in un discorso del 1976 osservò: “La parola magica democrazia è diventata così potente che tutte le precedenti limitazioni del potere statale stanno crollando di fronte ad essa. È la democrazia senza limiti, non la democrazia in sé, ad essere il problema oggi”. Ed in effetti il popolo italiano non ha mai scelto di fare le due guerre mondiali, o le odierne missioni di peacekeeping. Nemmeno ha mai scelto di correre incontro al più grande deficit della propria storia, tanto da pregiudicare il futuro della propria gioventù, e probabilmente delle prossime generazioni. Men che meno di avere una sfilza di alti papaveri politici e burocratici presi a mentire o colti in conflitto di interesse o a commettere altri vari abusi di cui le cronache di questi ultimi anni sono stracolme.

Affermare che “lo Stato sono le persone” è uno dei modi più facili con cui un politico può evitare di prendersi responsabilità. Questa dottrina ha senso solo se si assume che le vittime dello Stato siano masochisti inconsci e che lo Stato stia semplicemente rispondendo ai loro desideri segreti, quando gli devasta la vita. La nozione che la democrazia produca automaticamente libertà si fonda sull’illusione che in essa “le persone obbediscano a se stesse”. Probabilmente lo sarebbero se – similmente agli svizzeri – i cittadini potessero proporre e votare per modificare la Costituzione, o l’aggravio fiscale, e molto altro ancora (si veda qui), ma non è così.

Tra gli innumerevoli partiti e loro candidati che con promesse mirabolanti chiedono d’essere votati il prossimo 4 marzo, nessuno ha promesso d’introdurre quegli strumenti di democrazia diretta che sono propri delle democrazie avanzate; ovvero il referendum di richiamo o richiamo rappresentativo, che è una procedura mediante la quale gli elettori possono rimuovere un politico – o un funzionario – eletto tramite un voto diretto prima che il mandato di quel soggetto sia terminato (si veda qui) la cui sola deterrenza indurrebbe i disinvolti a più consoni comportamenti.

Nessuno chiede il voto agli elettori per introdurre l’iniziativa popolare di delibere, e leggi. Né per regolamentare correttamente questo istituto, considerando che dall’inizio della repubblica, sono oltre 630 le proposte di legge d’iniziativa popolare che giacciono inevase in Parlamento. Nessuno dei candidati afferma d’impegnarsi a legiferare per abolire la possibilità di cambiare casacca. Nell’ultima legislatura più della metà dei “rappresentanti” ha cambiato gruppo parlamentare, non rispettando il mandato elettorale.

Ingenuo aspettarsi che gli eletti si privino dei privilegi di cui godono, perché essi sono in conflitto d’interessi (Quis custodiet ipsos custodes? ovvero «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»), che non sono controbilanciati dall’esercizio della sovranità popolare, la quale, a questo punto, si estrinseca nel solo giorno delle elezioni, con l’atto d’apporre la crocetta dell’analfabeta su una scheda elettorale preparata e voluta dalle segreterie di partito.

Il fatto che una maggioranza, o più probabilmente una maggioranza della minoranza che ha fatto la fatica di andare a votare, possa aver approvato le leggi in vigore e i poteri dello Stato, non ha nulla a che vedere con l’autogoverno di ogni cittadino rispetto alla propria vita. Ma è assicurando alle persone che lo Stato sono loro, che rende tutta la coercizione, il furto, i controlli oppressivi, l’immane numero di leggi su ogni aspetto del vivere civile, e molto altro ancora, che sbugiarda questi teorici e gli apologeti della democrazia.

“Ogni volta che la regola della maggioranza viene sostituita alla scelta individuale senza che sia necessario, la democrazia si pone in conflitto con la libertà individuale”, scrisse l’italiano Bruno Leoni nel suo classico del 1961: “La libertà e la legge”. La regola della maggioranza è un mezzo e non un fine. Non c’è nulla di inerentemente superiore nel fatto che siano le maggioranze a condurre (o pensare di condurre) lo Stato in confronto a un individuo che conduce la sua vita. Il governo collettivo sarà sempre inferiore all’autogoverno di un cittadino riguardo alla propria vita. Il fatto che gli Stati democratici violino la libertà non prova che la democrazia un male. Questi soggetti hanno trasformato i loro governi in arene dove si combattono le guerre di partito, e più oltre c’è stato l’abuso di potere di parte della partitocrazia dove milioni di schiavi lavorano per una minoranza di “rappresentanti”.

L’ambito in cui vale la regola della maggioranza dovrebbe essere limitato a quei problemi e a quelle aree in cui è necessario prevalga uno standard comune per salvaguardare la pace sociale. La democrazia è un metodo relativamente buono per raggiungere un accordo su un sistema di strade, ma è un metodo orrendo per dettare a ciascuno dove debba andare. La democrazia può essere un buon metodo per mettersi d’accordo sugli standard de pesi e delle misure usate nel commercio, ma è un metodo inadeguato per dettare prezzi e stipendi.

La democrazia dovrebbe essere un sistema di governo basato su un accordo comune su problemi che richiedono l’accordo fra tutti, e sulla tolleranza – per quanto a malincuore – per ogni altra diversità. In questo senso non serve un Parlamento riunito in sessione permanente per legiferare, come – ancora una volta – è riscontrabile in Svizzera. Nello stesso modo in cui le bugie di un candidato politico non danno adito alla presunzione che il suo avversario sia onesto, i diritti e le libertà possono essere meglio garantiti dall’esercizio della sovranità popolare, anziché dai “rappresentanti”.

Luciano Spiazzi

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