Vicenza, il lavoro è in ripresa ma non è di qualità

Vicenza – Il mercato del lavoro, anche a Vicenza e nella sua provincia, riprende a muoversi, ma non si tratta di lavoro stabile, di qualità. La valutazione arriva dalla Cgil di Vicenza e si basa sui dati diffusi da Veneto Lavoro, riguardanti il terzo trimestre di quest’anno, nei quali si nota una ripresa dell’occupazione anche sul nostro territorio. Rammentando che si tratta di numero di contratti e non di teste (le persone possono infatti avere avuto più contratti nel corso dell’anno), i dati parlano di 33.320 assunzioni (19.065 uomini, 14.255 donne) e 33.050 cessazioni (19.370 uomini, 13.680 donne), con un saldo positivo di 270 unità. E’ il dato migliore dal 2008, anno di inizio della crisi.

Marina Bergamin
Marina Bergamin

“Confermando il trend nazionale – spiega Marina Bergamin, responsabile del mercato del lavoro per Cgil Vicenza -, anche nella nostra realtà si osserva la netta prevalenza dei contratti a termine, mentre solo il 13% delle assunzioni è fatto a tempo indeterminato. La somma tra contratti a tempo determinato e lavoro somministrato arriva all’81%. Al 6% sono i contratti di apprendistato. Sono ancora molti i part-time (29%) ed è in crescita il lavoro a chiamata, per effetto della soppressione dei voucher, e questo è vero anche per il lavoro parasubordinato e i tirocini (2.460 di cui 2.010 di giovani)”.

“Non sono poche anche le cessazioni – continua la sindacalista -, una buona parte delle quali, oltre 23 mila, sono attribuibili alla fine dei contratti a termine. Rispetto ai trimestri precedenti, sono invece in decrescita i licenziamenti e restano stazionarie le dimissioni. Il numero dei disoccupati immediatamente disponibili al lavoro, a Vicenza, è di 44.825, di cui almeno 16.600 in lista da più di due anni. Dai dati si evince che aumentano i lavoratori in possibili difficoltà e si allarga la forbice delle disuguaglianze. Da anni scelte politiche precise hanno ridotto diritti e tutele, sostenuto la flessibilità del mercato del lavoro e favorito gli incentivi a pioggia alle imprese attraverso la decontribuzione”.

“Come Cgil – conclude Bergamin – riteniamo che non sia più rinviabile un cambio di passo. Le risorse devono essere indirizzate verso gli investimenti, così da poter valorizzare saperi, ricerca e innovazione. La formazione continua è fondamentale. Su questi terreni l’Italia è piuttosto lontana dagli altri paesi europei. E da ciò deriva anche la scarsa produttività denunciata. Se non ci sarà questo cambio di passo, ne andrà del diritto delle persone e delle famiglie: i dati sulla natalità decrescente denunciano anche questo. Ne andrà della qualità del nostro sistema economico e della coesione sociale dei territori. Questa è una sfida che deve vedere impegnati tutti”.

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