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Banca Popolare di Vicenza, la musina di Zonin

Vicenza – L’espressione – di considerare la banca popolare vicentina come una musina (salvadanaio, ndr) – è un copyright dello stesso imprenditore vinicolo, con il furbesco intento di rassicurare i risparmiatori. Fu pronunciata dal banchiere nell’assemblea del 26 aprile 2014, a crack conclamato. Sono trascorsi da allora più di tre anni e tante vicende hanno interessato la banca-musina, lasciando sul lastrico aziende e tanti risparmiatori; in pratica un vicentino su due. Solo che il banchiere, benchè defenestrato, si è tenuta stretta la sua “musina” che non era la banca, bensì gli affari che vi svolgeva con o tramite la stessa.

L’imprenditore vinicolo ha raccolto il meglio della “vigna”, l’ha ben pigiato e posto in otri sicuri. Che anzi quando la stagione piuttosto avversa pareva mettere a repentaglio il prezioso raccolto, non esitava a trasferire altrove il suo tesoro. L’invidia allora circondò il vignaiolo, per proteggerlo dalla rabbia, che ogni giorno montava più aggressiva. Quando la gestione per il salvataggio – aumento di capitale per intervento del fondo Atlante – non offre alcuna prospettiva di soddisfare i clienti dell’istituto. Quando alcuni azionisti si piegheranno a un rimborso risibile e tombale a fronte dell’alternativa di rimetterci l’intero capitale mentre i più, dopo la liquidazione coatta, correntisti, obbligazionisti, portatori di azioni baciate (bacio di Giuda) rimarranno a bocca asciutta.

Beffati da un sistema che con tanta sfrontatezza non esita a liquidare l’amministratore delegato di Atlante, Francesco Iorio, con 5 milioni di euro! Ora sono di turno i commissari liquidatori, più preoccupati di rimborsare i 5,3 miliardi anticipati dallo Stato in favore della subentrante Banca Intesa che ha acquistat,o per un euro, la parte buona della popolare vicentina. Mentre il patrimonio della popolare, doveva soddisfare i risparmiatori. Di quella banca non c’era più nulla da salvare, nemmeno il nome.

Invece al danno la beffa; come non si sapesse che il mercato avrebbe supplito. Là dove se ne va una banca, un’altra ne prende il suo posto. Mors tua, vita mea. Invece no, si mandano in malora 40 mila aziende e 200 mila azionisti per salvare la “posizione” di una banca fallita. Al controsenso dell’intervento del governo si aggiungono le intelligenze locali. Il Comune di Vicenza, da sciacallo, vuole per sé il palazzo Thiene, sede della Popolare, anziché consentire le restituzioni.

E poi la Magistratura. Oltre ai ritardi, è dall’inizio degli anni zero che si gingilla intorno a quella banca, non ha preso le dovute misure contro i responsabili, a cominciare dal vignaiolo che intanto ha avuto tutto il tempo per mettere al riparo la sua “musina”. Le responsabilità si sarebbero dovute estendere anche per i contenuti (truffe, false informazioni) al consiglio di amministrazione, al collegio sindacale, al management, alla vigilanza di Bankitalia, alla Consob, a tutti quei funzionari ed ex magistrati per le loro imperdonabili compiacenze. Sarebbe sommamente intollerabile che tanta montagna (di carte) partorisse il classico topolino.

Giovanni Bertacche (info@bertacche.com)

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