Viene da chiedersi, talvolta, se i quasi tre secoli trascorsi dall'epoca di Voltaire non siano passati invano...
Viene da chiedersi, talvolta, se i quasi tre secoli trascorsi dall'epoca di Voltaire non siano passati invano...

Quando la scuola educa all’ordine costituito

Vicenza – Alla corte di Ratchis, assieme alla grammatica di Flaviano, Paolo Diacono apprese quel che si sarebbe poi sviluppato nella sua Historia, e cioè l’origine e lo splendore della sua gente, una nobile stirpe di dominatori. Un vecchio indiano Crow, avrebbe potuto insegnare al suo nipotino che lui apparteneva al glorioso popolo degli Absaroke, ne avrebbe ricordato le imprese e sviluppato nel piccolo l’orgoglio. Nel Candide di Voltaire, Panglosse, l’istitutore di corte, insegnava ai due allievi figli del duca di un microscopico stato fantastico della Germania, che essi vivevano nel migliore dei mondi possibili, nel più bello dei castelli, amministrato dal più magnanimo dei signori. Insegnava l’ineluttabilità della differenza sociale – lo stesso eroe del racconto era figlio di un signore del posto che non aveva potuto dimostrare per intero la sua nobiltà e non aveva potuto sposare la madre, sorella del duca.

E nella nostra scuola cosa s’insegna? Non molto di più degli esempi citati. Come Panglosse, l’educatore attuale insegna che il nostro è il migliore dei mondi possibili, ché è imperfetto ma immodificabile, e che il nostro dovere è quello di seguire questa ineluttabilità. A siffatto insegnamento segue il catalogo delle possibilità che questo ordine può offrire, le innumerevoli opportunità che si dischiudono a chi gli obbedisce, l’esempio di coloro che sebbene partiti in svantaggio sono stati alla fine gratificati. Insegna poi, senza discontinuità e senza annotare alcuna contraddizione, la divisione della società in classe, l’orgoglio della propria classe, il ruolo che ognuno di noi ha nell’ordine sociale, vero o presunto che sia.

L’insegnante assegna a se stesso un posto di sicuro rilievo nella scala sociale, e pretende degna considerazione e corrispondente riconoscimento economico. Segue la teoria dei doveri, delle leggi e degli ordinamenti a cui si è sottoposti e contro cui è illegale e immorale opporsi, pena severe e dolorose esclusioni dal corpo sociale. Il debole dubbio sulla congruità del suo insegnamento il docente lo dimostra con l’ammissione di un inevitabile destino biologico che precede ogni legge e misura su cui si dovrebbe fondare ogni successivo valore sociale. Qui segue un consiglio non ministeriale, quasi occulto, che invalida ogni ammaestramento anteriore: il segreto che il mondo non ha regole ma innate predilezioni, di cui naturalmente l’insegnante è stato doviziosamente provvisto dal fato.

La debolezza della lezione, la sua contraddittorietà sistematica ci fanno pensare che gli obiettivi nascosti di questo lavoro siano altri. Ed infatti la scuola, mentre “offre”, così come recitano i programmi, opinabili competenze tecniche, educa all’assuefazione al sistema, mentendo di fatto sulla realtà dell’ordine sociale. Essa si avvale anche e soprattutto della trasmissione di un pensiero che fa già parte della società, sicché il docente educatore può sovrapporre disinvoltamente il proprio credo familiare, la temperie del proprio quartiere o villaggio, la tradizione regionale e le opinioni dominanti del nostro emisfero occidentale. La “libertà d’insegnamento” garantisce che la fiducia nell’assolvimento dell’incarico è ben riposta.

Un compito centrale, quello dell’insegnante, nella formazione di agenti dell’ordine costituito e di paladini dei dominanti e del loro pensiero. Ma a chi affidare questo compito, chi designare quali traduttori della volontà dei vincitori? La religione è la celebrazione della propria società, avrebbe detto Durkheim, una collezione di cose che abbia il valore d’essere tramandato. Ogni insegnamento ha questa peculiarità: avere valore per la società di riferimento; ogni insegnamento ha il proprio sacerdote che ne tramanda la memoria. Ecco dunque che la qualità speciale di questi sacerdoti è l’ottusità: l’incapacità di riconoscere lo scollamento tra gli enunciati e la consuetudine, tra le superficiali teorie e la prassi sovrana.

Torme selezionate senza conoscenze speciali e profonde, ma attraverso la costanza di un’obbedienza: l’anzianità di servizio, l’attesa di un diritto che le sollevi dalla precarietà dell’escluso alla dignità del servo premiato. Ottusità che dallo scranno più alto di un giudice di corte d’appello dilaga fino alla maestrina del nido che pretende di essere chiamata “docente” come l’altro “maestro”, soldati di un esercito sempre combattente. Ebbene sì, il soldato è principalmente un ottuso, quanto un secondino, ma devono essere indiscutibilmente fedeli. Non sono ammessi ripensamenti che mettano in pericolo l’officio: non è tollerato che essi lavorino in proprio, per un’idea e per un padrone diversi da quelli che dispensano il salario e la gratificazione sociale.

Si va delineando dunque, dai gradi più alti della magistratura a quelli dei primi gradi dell’istruzione una dominanza di genere, uno stuolo di femmine che osannano questa società, che traducono impettite e altere la positività del dettato dominante. Una moltitudine che confonde l’essenza della funzione con i bisogni personali, e che propone costantemente al padrone un’alleanza tra l’incompetenza privata e la fedeltà all’ordine costituito. Dunque, bisogna aggiornare l’addizione Gaddiana con cui se cento masti urlano cento evviva, cento masti più cento femmine urlano dugento evviva. Ebbene, ora pare che siano sufficienti dugento femmine.

Giuseppe Di Maio

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