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Precariato, Confartigianato commenta dati Inps

Vicenza – “Leggendo i dati dell’osservatorio sul precariato dell’Inps relativi al primo trimestre 2017, e in particolare quelli relativi alle assunzioni, vediamo confermato un film già visto. Ovvero che le assunzioni a tempo indeterminato sono in una fase di preoccupante stagnazione: -7,6% rispetto allo stesso periodo del 2016 e –48% rispetto al 2015”. Sono parole di Sandro Venzo, delegato alle politiche del lavoro di Confartigianato Vicenza. “Il saldo tra assunzioni e cessazioni – aggiunge – è positivo (+ 322.000 unità), ma il risultato si deve a due diversi fattori: l’aumento dei contratti a termine (+ 16,5% sul 2016) e, dato positivo se rapportato al recente passato, l’aumento dei contratti di apprendistato (+ 29,5% rispetto al 2016)”.

Secondo il rappresentante Confartigianato, la stasi delle assunzioni a tempo indeterminato testimonia che per creare occupazione stabile è necessario garantire politiche di incentivi per le imprese, che incidano in maniera reale sul costo del lavoro, abbassandolo significativamente. “Ma il governo sottolinea Venzo -, malgrado le tante sollecitazioni, si è mostrato più preoccupato degli effetti politici del referendum sui voucher, che dei reali problemi delle imprese”.

L’analisi dei dati Inps è una buona occasione per commentare un altro fenomeno insidioso per le imprese, ovvero le cessazioni dei rapporti di lavoro per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, i cosiddetti licenziamenti per motivi disciplinari. Nei primi tre mesi del 2017, i licenziamenti di questo tipo sono aumentati del 15% rispetto allo stesso periodo del 2016. “Qualcuno ha già lanciato allarmi – sottolinea Venzo – giudicando il Jobs Act responsabile di questo effetto, avendo liberato le aziende dal vincolo della reintegra prevista dall’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. In realtà, come abbiamo già sostenuto, il dato sui licenziamenti per giusta causa o giustificato motivo soggettivo va letto in stretta connessione con l’altro dato riguardante le dimissioni, il cui numero continua a ridursi, anche nei primi tre mesi del 2017”.

“Il nesso è presto spiegato – continua Venzo -: il lavoratore per dimettersi deve attivare personalmente, o tramite soggetti abilitati, una procedura informativa di convalida, pena l’inefficacia delle dimissioni. Succede che non tutti i lavoratori sono disponibili a perdere tempo per recarsi presso gli intermediari abilitati o per attivare la procedura dal proprio pc, e preferiscono inviare alle imprese una normale lettera di dimissioni, oppure rimangono volontariamente assenti dal lavoro. In entrambi i casi le aziende, per tutelarsi, sono costrette ad attivare la procedura disciplinare e successivamente a procedere al licenziamento. Purtroppo ciò non è indolore per le imprese”.

Difatti, prosegue Venzo, “nel momento in cui il datore di lavoro procede al licenziamento, che peraltro egli non avrebbe fatto, si vede costretto a pagare il cosiddetto ticket sui licenziamenti, una vera e propria tassa, che può arrivare a quasi 1.500 euro, da versare all’Inps per finanziare la Naspi, cioè l’indennità di disoccupazione, di cui potrà beneficiare il lavoratore. Oltre al danno, dunque, ecco la beffa. È una stortura del sistema – conclude Venzo – che va corretta quanto prima; nessuno mette in dubbio che le dimissioni debbano seguire una procedura trasparente, ma non può essere che siano sempre le aziende a pagare le inefficienze dello Stato”.

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