Marco Goldin vicino al "Sentiero di notte in Provenza" di Van Gogh
Marco Goldin vicino al "Sentiero di notte in Provenza" di Van Gogh, in una passata mostra in Basilica

Ancora tu… Ma non dovevamo vederci più?

Vicenza – E dài con questo Goldin eletto dai nostri amministratori a salvatore della patria. Con le sue mostre, ancora lui per la quarta volta di seguito, come se non ci fossero gli Sgarbi, i Daverio, i Caroli per stare ai più “popolari” fra i tanti e ben più famosi, il mercante d’arte non me ne voglia, del direttore e socio unico della società che gestisce l’economia della cultura. Ma detto questo a proposito delle insistite repliche goldiniane, va aggiunto che una mostra, quella annunciata, diffusamente propagandata, non va caricata di significati (amministrativo-politici, economici, elettoralistici) estranei alla sua ragion d’essere.

Una mostra, o meglio, le quattro mostre non vanno rivolte alla soluzione dei problemi di cui, con tutta evidenza, soffre la città. Intanto, al di là del pretesto culturale e delle presunte ricadute sulla vita cittadina, le mostre da sole sarebbero un’offesa all’intelligenza degli stessi amministratori, che passerebbero da parassiti, privi di idee, di progetti politici, di prospettive per il futuro.  Pure il buon nome della città del Palladio, e di Vincenzo Scamozzi, ne soffrirebbe. Vicenza è legata al nome dell’architetto più famoso del mondo, non per nulla dichiarato dal Congresso statunitense il padre dell’architettura americana.

Il turismo si dirige verso Vicenza per il Palladio, non per altre ragioni. Qualche giorno fa, guardando la facciata del Duomo, un gruppo di turisti stranieri si domandavano, per la verità piuttosto perplessi, se si trattasse di un’opera del Palladio. Per dire quanto, in questo caso erroneamente, il turista si aspetta di vedere a Vicenza.  E qui, incidentalmente, vale la pena di lamentare (ancora) la mancanza di informazione (quell’ufficietto posto al termine dell’itinerario anziché all’inizio presso le stazioni ferroviaria e degli autobus), di esperti più che di guide, disponibili anche ad assecondare il turista, di esercenti, e in genere di una platea sempre più vasta di cittadini parlanti l’inglese, di ricettività alla portata di tutti, di una mobilità con mezzi adatti e di facile accessibilità. Insomma una vistosa carenza di strutture minime per agevolare l’accesso turistico.

Ma torniamo alla mostra. Intanto il contenitore. La Basilica, affollata da masse di visitatori attratti da eventi-spettacolo, perde di ogni significato, di simbolo della città, di segno della bellezza al servizio della cultura e delle arti. Il visitatore distratto dalla mostra-mercato non è posto nelle condizioni di valutare l’importanza della Basilica nel contesto urbano, il suo valore artistico, la ragione del suo esistere politico, culturale ed estetico. E se questo accade al cuore di Vicenza quale immagine si farà il visitatore della nostra città, che non ha né visto né visitato?

L’esposizione, proprio per la sua localizzazione e per la prevaricazione del marketing, tende ad oscurare o perlomeno a distorcere l’immagine della superba costruzione palladiana. Il tutto per un contenuto che costituisce un tradimento della storia dell’arte, ridotta a strumento per opporre le emozioni alla conoscenza (così Tomaso Montanari, ordinario di Storia dell’arte moderna all’università di Napoli, in Quaderni Vicentini n. 1/2017). Perché illude di far godere dell’arte senza nessuno sforzo di conoscenza. Conoscenza come via verso l’umanità contro il Dio mercato che ha invece bisogno di clienti, emozionati e ignoranti.

Questo insanabile contrasto oppone, per qualche mese, il senso ultimo della Basilica di Palladio a quello del suo effimero contenuto (ibidem). Sicchè, oltre all’abuso della Basilica, neppure l’oggetto della mostra apporta vantaggi alla città, svuotata del suo contenuto e dei suoi tesori culturali per lasciar posto a un evento-spettacolo tanto più effimero quanto più sfruttato a puro scopo mercantile.

Giovanni Bertacche (info@bertacche.com)

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