Van Gogh, Autoritratto, (1889) Musée d'Orsay, Parigi
Van Gogh, Autoritratto, (1889) Musée d'Orsay, Parigi

Vicenza, una mostra non fa primavera

Vicenza – Gran battage pubblicitario sui media. Va in scena Van Gogh per la regia di mister Goldin. Un evento che si annuncia straordinario perché si tratterà della più grande mostra monografica in Italia dedicata al grande pittore olandese. Il tema “tra il grano e il cielo”, al di là dei suoi arcani significati sarà strutturato da oltre 130 elementi tra dipinti, disegni dell’artista olandese e una decina di quadri dei rappresentanti della scuola dell’Aia e di Millet. Mini film che si stanno girando in questi giorni, con al seguito il nostro quotidiano, illustreranno i luoghi – Olanda e Provenza – in cui visse e trasse ispirazione il pittore dei girasoli.

La rassegna avrà svolgimento a partire dal 7 ottobre prossimo per chiudere l’8 aprile 2018. Indubbiamente anche le date hanno un preciso quanto emblematico significato, non tanto per le coltivazioni – annunciate nel titolo – il grano – che peraltro si semina in autunno e si raccoglie in giugno, quanto per le elezioni comunali e tutto ciò che le precede, della prossima primavera. Ma questo è un altro discorso. Ma tornando al sig. Goldin e ai suoi rapporti con il Comune. Dopo la trilogia di mostre tra il 2012 e il 2015 ora il Comune sembra aver superato il complesso di inferiorità con il “mago” delle mostre.

Il vicesindaco Bulgarini d’Elci ci tiene a rintuzzare le polemiche per i costi allora sostenuti dal Comune. Per il “Goldin IV”, Linea d’Ombra, la società gestita dall’unico socio Goldin, si impegna a sostenere tutti i costi di allestimento della mostra. Al Comune viene chiesto di mettere a disposizione la Basilica Palladiana a titolo gratuito, la gestione dei sistemi di controllo e sicurezza, la fornitura di idonea climatizzazione (temperatura 20° umidità a 50), la gratuità degli spazi pubblici per i manifesti. Nessuna parola per gli utili (diretti e indiretti) ricavabili da Linea d’Ombra e per una non disprezzabile compartecipazione da parte del Comune: eppure gli oltre 730mila visitatori delle edizioni passate, i proventi pubblicitari, il marketing territoriale devono pur dire (e valere) qualcosa. Niente. Il Comune sul punto non proferisce parola.

Ma tornando alla mostra e ai suoi contenuti, ci auguriamo che essa sia veramente quella che si annuncia; in fondo le precedenti hanno rilevato più curiosità che novità, come del resto quella sull’impressionismo che sta per concludersi al Santa Caterina di Treviso che abbiamo di recente visitato, purtroppo con delusione. E se per parte comunale è comprensibile l’entusiasmo per la quarta avventura con il mercante d’arte, proprio alla vigilia delle elezioni amministrative, rimangono però tante perplessità nei cittadini. Anzitutto queste mostre, anche se la quarta in sette anni, danno il segno di voler coprire l’inconsistenza di iniziative per risvegliare la città.

A partire dal centro storico sempre più vuoto di famiglie, di attività commerciali, ma anche largamente culturali. Più vetrine chiuse e molte per di più trasformate in garage, chiusi da volgari saracinesche (a proposito dove sono l’Ufficio urbanistico e la Soprintendenza che proibiscono di piantare un chiodo). In un ambiente che tende sempre più verso la desertificazione, o anche solo alla sola musealizzazione, quali ricadute economiche, tanto decantate o preconizzate, si possono preventivare? Ricettività ordinaria vicina allo zero per non dire delle burocratiche chiusure serotine dei pochi caffè e di ogni altra attività come le farmacie e altri servizi pubblici. La mostra, anche ben organizzata sotto ogni profilo, è sì un’occasione, ma da sola e anche se periodica, non attiva iniziative di lungo periodo.

Queste richiedono continuità, sicurezza, prospettive di respiro; nessuno apre un’attività a termine senza almeno una prevedibile riconversione. Solo l’ambulante o magari il perditempo può permettersi di aprire per una circostanza particolare, potendosi spostare o trovare altra occupazione. Insomma ricadute economiche, come qualcuno improvvidamente auspica in questo contesto, non possono nemmeno attecchire. Ma almeno si cogliesse l’occasione dell’afflusso di turisti, che nonostante tutto ci si augura numerosi, per programmare la visita a palazzi e ville palladiane, non solo. A partire dalla stessa Basilica, alla Loggia Capitanio, al Chiericati, Valmarana, Braga, Teatro Olimpico; alle ville, a cominciare da quella più famosa e “imitata” La Rotonda, alle tante sparse sul territorio provinciale.

Non minor cura per far conoscere la Vicenza romana coi suoi numerosi siti sparsi in città ed evidenziati da appositi pannelli; l’acquedotto romano rintracciabile a partire dalle risorgive della Motta di Costabissara, le 5 arcate e una ventina di pilastri (tutti in pessime condizioni) alla Lobia. Ed ancora le tante strutture museali sparse nella provincia, i monumenti della grande guerra (nel primo centenario); le fabbriche e le minuscole strutture di creatività artigianale che dialogano con tutto il mondo, facendo del vicentino un ambasciatore d’ingegno, di conoscenze e di economia. Una mostra a Vicenza, al di là dell’evento in sé, o è una vetrina delle bellezze e delle risorse del suo territorio oppure costituisce una meschina operazione di sfruttamento, senza alcuna utile e duratura conseguenza.

Per questo la logistica anzitutto, pressochè assente o distratta, deve essere tarata per questo scopo. A cominciare dall’informazione, confinata in un unico ufficietto all’estremità opposta dell’itinerario anziché all’arrivo in città (stazione ferroviaria, stazione degli autopullman, nei pressi dei parcheggi) e meglio ancora se itinerante, coinvolgendo enti e associazioni che più traggono vantaggi dalla rete d’informazione. Quindi i trasporti pubblici, comodi ed economici, per gli spostamenti frequenti, dentro e fuori città. Le visite programmate con guide gratuite, a illustrare luoghi, opere, monumenti. La mostra un’occasione per ri-pensare il territorio e le sue potenzialità non un punto di arrivo, cessato il quale tutto torna come prima. Non sarebbe feconda né utile e non lascerebbe segno.

Giovanni Bertacche – info@bertacche.com

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