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L'ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin
L'ex presidente della Banca Popolare di Vicenza, Gianni Zonin

BpVi chiede un miliardo di danni a Zonin & C.

Vicenza – Oltre un miliardo di euro, è questa la cifra richiesta dalla Banca Popolare di Vicenza agli ex vertici dell’istituto, a cominciare dal presidente di allora e per un ventennio, Gianni Zonin, per i danni che si stima siano stati arrecati all’istituto dalla spregiudicata gestione che ha poi portato al dissesto che abbiamo sotto gli occhi. La notizia è stata diffusa oggi dal Sole 24 ore e ripresa praticamente da tutti gli organi di stampa, anche nazionali. La maxi richiesta è contenuta nell’atto di citazione di 340 pagine, depositate ieri al Tribunale di Venezia dai legali della BpVi.

“Si tratta – scrive il quotidiano economico – dell’azione di responsabilità promossa dai nuovi vertici e che chiama in causa a vario titolo tutta la vecchia gestione della banca. A partire dal presidentissimo Gianni Zonin, all’ex Cda, ai sindaci, e all’intera direzione generale da Samuele Sorato, a Giustini, da Piazzetta a Marin. Sono 32 gli esponenti aziendali chiamati a rispondere per danni sia economici che reputazionali, per un valore stimato che supera il miliardo, accusati di malagestio nel dissesto della banca vicentina che ha cumulato perdite per 4 miliardi negli ultimi 3 anni e ora necessita del salvataggio pubblico. È una ricostruzione puntuale supportata dai verbali di Consob, Bankitalia e Bce che svela quell’horror story evocata da Alessandro Penati che ha portato nel baratro l’istituto”

Sono quattro gli aspetti di malagestione evidenziati. Il primo riguarda un investimento di 350 milioni in fondi lussemburghesi che “hanno finito – scrive il Sole 24 Ore – per investire in titoli illiquidi e ad alto rischio, spesso bond emessi da clienti già pesantemente esposti con la banca e a basso merito creditizio come i gruppi di Alfio Marchini, la famiglia Fusillo e la famiglia Degennaro. I fondi sono stati progressivamente svalutati con una perdita per la Vicenza di 199 milioni sui 350 milioni e un lucro cessante per 34 milioni”.

Il secondo filone prende in esame la pratica di finanziare i clienti perché comprassero azioni della stessa Banca Popolare di Vicenza, pratica con cui sono stati coperti in parte alcuni aumenti di capitale. “Eclatanti le dimensioni del fenomeno – chiosa il quotidiano di Confindustria -, tanto che non poteva sfuggire a chi governava la banca. Sono di fatto stati finanziati 1.277 soci per un valore di 1,08 miliardi. Spesso erano grandi clienti già in difficoltà di rientro con la banca. Solo su 17 posizioni le più rilevanti, tra soci fisici e persone giuridiche, la banca ha fornito prestiti per 434 milioni. Ben 313 milioni di questa erogazione non hanno finanziato attività ma sono stati usati per comprare titoli Bpvi. Era di fatto un piccolo plotone a supporto della banca”.

Il terzo punto riguarda il titolo BpVi e come è stato negli anni in esame comprato e venduto. Ad esempio la questione dei soci che volevano vendere e che sono stati scavalcati dai soliti noti, ovvero i “raccomandati” che riuscirono a vendere a prezzo pieno, a 62,5 euro, un prezzo dell’azione per altro palesemente fittizio.

L’ultimo aspetto è quello della politica del credito facile. “Soldi dati senza garanzie effettive – si legge sul Sole 24 Ore -, o dati a clienti in condizioni di bassa o nulla solvibilità. Un fenomeno esasperato che vedeva la banca aumentare a dismisura il credito quando le altre banche lo limitavano. Come si è visto, quei crediti servivano, grazie ai prestiti baciati, a capitalizzare virtualmente la banca. Poco importava quindi la solvibilità ai vertici di Vicenza. La ricognizione sulle prime 50 posizioni di crediti deteriorati vede un’esposizione per ben 1,28 miliardi che hanno prodotto perdite per le svalutazioni per 686 milioni”.

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