Terremoto a Cornedo? No, è un’esplosione nella cava

“Abbiamo cercato di aprire un tavolo per trovare soluzioni in grado di garantire il quieto vivere e la sicurezza dei residenti e, nel contempo, la possibilità dell’impresa di continuare l’attività. Ma di fronte al muro eretto dalla proprietà e al lassismo delle istituzioni, non ci resta che rompere gli indugi e intervenire noi direttamente”. A parlare così è Ermes Trovò, presidente della società Studio 3A, specializzata nella valutazione delle responsabilità civili e penali, e lo fa in rappresentanza di una trentina di famiglie che abitano in Contrada Tommasoni quartiere tra i comuni di Cornedo e Valdagno. Oggetto delle recriminazioni, anzi sarebbe meglio dire dell’esasperazione degli abitanti della zona, sono le lavorazioni della cava di marmo Grolla che, dicono, “incombe sulle loro teste e si sta mangiando il colle alle cui pendici sorge l’abitato”.

“La cava della ditta Faba Marmi, di Alessandro Faedo, – scrive Studio 3A in una nota – opera da anni in loco, ma la sua attività negli ultimi anni è cambiata: ora si estrae graniglia e per ridurre in poltiglia il materiale vengono fatte esplodere delle mine con una certa frequenza, due o tre serie alla settimana, e ciascun ciclo può arrivare anche a una decina di esplosioni. La normale vita di questo nucleo abitato è scandita da queste deflagrazioni: c’è persino una sirena ad avvisare dell’inizio dei botti, come per gli allarmi delle fabbriche”.

“Il risultato – si legge ancora nella nota – è un terremoto continuo, con boati che terrorizzano gli abitanti e con movimenti tellurici che causano danni alle case, dove si sono aperte ampie crepe, sia all’esterno che all’interno. Sono lesionate quasi tutte, a riprova che le fenditure sono provocate proprio da questo tipo di lavorazione, anche perché il terreno su cui sorgono è in roccia o in alluvioni addensate non soggette ad assestamenti. Vi sono anche perizie di tecnici confermare che queste fessurazioni sono generate da un agente esterno, e l’unica fonte di vibrazioni è, appunto, l’esplosivo usato in cantiere”.

“Senza poi contare – continua – che in un paio di occasioni, in particolare nel 2013, le mine hanno anche scagliato dei massi nei giardini delle abitazioni sottostanti, distanti poche centinaia di metri, e c’è mancato poco che ci scappasse il morto: una donna è stata sfiorata. A questo vanno aggiunti i rumori, con i rilevamenti dell’Arpav che anche di recente hanno comprovato lo sforamento dei limiti acustici diurni, le polveri che si depositano ovunque e non si sa di quale natura siano e, soprattutto, il timore sempre più fondato per la stessa tenuta della collina dov’è incastonata la cava. Non essendo presente alcuna opera attiva preventiva di sostegno delle pareti più acclivi, c’è il timore che possano determinarsi crolli o ribaltamenti di porzioni delle pareti prospicienti all’abitato dei Tommasoni posto alla base del versante, con conseguente elevato pericolo per la salvaguardia e l’incolumità dei residenti”.

L’obiettivo degli abitanti non è solo e tanto quello di ottenere un risarcimento dei danni materiali subiti dalle loro proprietà e di quelli esistenziali, ma soprattutto di fermare questo stato di cose ponendo dei limiti in ordine alla sicurezza e alla tutela ambientale. Finora, però, tutte le loro segnalazioni, le richieste e le denunce alle autorità competenti per verificare le autorizzazioni e misurare le vibrazioni utilizzando metodi comprovati e idonei non hanno prodotto risultati, men che meno le richieste al proprietario di adottare determinati accorgimenti per limitare l’impatto delle lavorazioni.

“Si è così arrivati ad un incontro con le autorità competenti – spiega concludendo Studio 3A -, l’8 marzo nella sede comunale di Cornedo Vicentino, al termine del quale gli enti preposti, Provincia di Vicenza e i due Comuni di Cornedo e Valdagno, si erano assunti determinati impegni di fronte a decine di residenti. In particolare, si era raggiunto l’accordo di riunirsi in un tavolo di concertazione per migliorare la situazione. Ad esempio, si era convenuto di procedere a ulteriori rilevazioni sulle crepe. Da allora, però, sono passati ormai più di tre mesi ma non abbiamo più sentito nessuno”.

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