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Pfas, oltre al danno la beffa di pagarsi le analisi

“Non bastava l’allarme sanitario per il grave inquinamento, con i recenti biomonitoraggi che hanno confermato le inquietanti conseguenze sulla salute delle persone. Non bastava l’angoscia di decine di migliaia di cittadini di avere nel sangue livelli elevati delle temute e cancerogene sostanze perfluoroalchiliche. Non bastavano il veto o le limitazioni all’utilizzo dell’acqua dei pozzi. Adesso bisogna anche pagarsi le analisi”. Sono parole di denuncia forti, su quella che viene definita “l’ennesima assurdità sullo scandalo Pfas”, che ci giungono da Studio 3A, società specializzata a livello nazionale nella valutazione delle responsabilità civili e penali, a tutela dei diritti dei cittadini, a cui, attraverso i consulenti Linda Mazzon, Simone Pinton e Carmine Romano, si sono già rivolte diverse famiglie e attività della zona colpita, nel Vicentino e nel Veronese, per ottenere giustizia.

Tra gli assistiti di Studio 3A, che sta per avviare un’articolata azione risarcitoria, vi è anche un’azienda agricola a conduzione familiare di Vicenza. “Questa azienda – spiega una nota di Studio 3A – sui propri terreni (foto in alto), di circa tre ettari, produce ortaggi, destinati poi alla vendita in un proprio negozio. Per irrigare le serre, i proprietari, come tanti altri agricoltori della zona, usano da sempre un pozzo privato, profondo circa 20 metri, oltre alle acque recuperate dai canali di scolo. Ma adesso questa fondamentale fonte di approvvigionamento dell’acqua rischia di venire meno, con pesanti conseguenze sul piano economico, alla luce dell’esplosione del caso Miteni, l’azienda di Trissino ritenuta da più parti la principale responsabile degli sversamenti dei Pfas, e della conseguente ordinanza emanata il 18 aprile scorso del sindaco di Vicenza, Achille Variati, come peraltro avevano e hanno fatto quasi tutti gli altri colleghi dei comuni interessati”.

“Il provvedimento – prosegue Studio 3A – impone ai proprietari di pozzi privati e alle aziende di produzione alimentare e zootecniche, che prelevano l’acqua per scopi potabili o irrigui, di fornire al comune tutte le informazioni richieste e di effettuare campionamenti di acqua a cadenza semestrale mirati all’individuazione delle sue caratteristiche qualitative, con specifico riferimento agli accertamenti su Pfoa, Ffos e altri Pfas per verificare il rispetto dei valori stabiliti dal Ministero della salute. Fin qui nulla da eccepire, data la gravità dell’inquinamento ogni precauzione per tutelare la salute pubblica e dei consumatori è non solo auspicabile ma doverosa.

“Il problema è che le analisi, che vanno effettuate entro 60 giorni dalla pubblicazione dell’ordinanza, e cioè entro il 17 giugno 2016, e i cui referti vanno trasmessi entro i successivi trenta giorni al Dipartimento di prevenzione della Ulss 6  di Vicenza, sono poste totalmente a carico dei proprietari. Ci si può rivolgere ad Acque Vicentine Spa, che in seguito ad un accordo con il Comune di Vicenza fa pagare ogni campionamento 80 euro più Iva (in tutto 98 euro), oppure ci si può arrangiare con un proprio laboratorio di fiducia”.

“Siamo all’assurdo, solo in Italia possono succedere queste cose: oltre al danno, la beffa – commenta amaro il presidente di Studio 3A, Ermes Trovò, –. Qui stiamo parlando di persone e imprenditori che stanno subendo enormi danni biologici, esistenziali e patrimoniali a causa di condotte irresponsabili sul piano ambientale da parte di almeno una grossa azienda che ha inquinato per decenni le falde, e anche di altrettanto gravi lacune da parte degli enti che dovevano vigilare. Non è accettabile che i danneggiati debbano anche pagare i controlli che dovrebbe, o meglio avrebbe dovuto fare qualcun altro, per una situazione di cui non sono responsabili ma vittime. E che si tratti di pozzi privati non ha alcuna rilevanza. E’ un altro aspetto che metteremo senz’altro nel conto”.

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