sabato , 18 Settembre 2021

Referendum sulle trivelle, storia di un fallimento

E’ stata dunque l’astensione ad avere la meglio nella consultazione referendaria di ieri, sulle trivellazioni in mare, nella quale si chiedeva ai cittadini italiani se volevano abrogare un prolungamento sine die delle concessioni per l’estrazione di gas e petrolio da parte degli impianti oggi esistenti, quelli che si trovano entro le 12 miglia dalla costa, concessioni che arrivano invece a scadenza nei prossimi anni. Ha votato il 32,15% degli aventi diritto, percentuale lontana dal 50% + 1 richiesto perché la votazione sia valida.

Più alta la percentuale di affluenza al seggio nella nostra regione, una delle nove che hanno promosso il referendum e tra le più attive nel sostenere le ragioni del sì assieme alla Puglia. In Veneto infatti, ha votato il 38,8% dei cittadini. Da sottolineare che in una sola regione il referendum ha superato il quorum della metà più uno di votanti tra gli aventi diritto. E’ la Basilicata, guarda caso proprio la terra in cui stanno venendo fuori scandali e illeciti proprio in relazione ad una eventuale estrazione di petrolio. Naturalmente, la percentuale dei sì, tra coloro che hanno votato, è altissima, oltre l’85%.

Per quanto riguarda Vicenza e la sua provincia, il dato dell’affluenza alle urne, quello importante, è in linea con il Veneto: 39,7% in città e 38,8 nel resto della provincia. Il risultato del referendum, o meglio il suo fallimento, farà sì che tutto rimanga come stabilito dall’emendamento inserito dal governo nell’ultima legge di stabilità, nel dicembre dello scorso anno. E’ un breve passaggio in cui si dice che le concessioni per le trivellazione in mare che giungono a scadenza (la prima entro breve tempo, l’ultima nel 2034) sono prorogate fino all’esaurimento del giacimento. Da sottolineare che l’estrazione di combustibili fossili dal nostro mare rappresenta una percentuale assai modesta del nostro fabbisogno energetico.

Quello che resta in questi casi è quindi soprattutto l’amarezza di dover constatare che l’Italia non è un Paese normale, moderno ed equo, neanche nelle sue istituzioni. Quello che non è accettabile infatti è che non una fazione politica, ma il governo e la sua maggioranza parlamentare, il sistema insomma, la classe dirigente attualmente al potere, abbiano invitato i cittadini a non votare per far fallire una istituzione di democrazia diretta. Un referendum che, per altro, parlava di ambiente, con tutto il bisogno di preservarlo che abbiamo…

Tutto questo con il fine di raggiungere uno scopo politico attraverso un bizantinismo, una furbizia anche un po’ rapace. Già, perché ieri in realtà non hanno vinto le ragioni del no, ma un grande arcipelago di astensione dal voto nel quale si trovano le ragioni dei petrolieri e del governo, ma anche quelle di milioni di cittadini che non votano più per mille motivi, tra i quali anche una comprensibile disillusione ed una ampia sfiducia nei confronti proprio del sistema. L’istituto del referendum in Italia, così com’è, non ha dunque più senso. Non è più neanche uno strumento di democrazia. Unica possibilità per risollevarlo è abolire il quorum.

Nel video che  segue, il commento all’esito del referendum da parte del presidente della Regione Veneto, Luca Zaia.

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