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Pfas, vertice in Regione con le organizzazioni agricole

Questa mattina, la complessa vicenda dell’inquinamento da sostanze perfluoro alchiliche (Pfas) in Veneto, è stata oggetto di un vertice in giunta regionale, al quale hanno partecipato gli assessori all’agricoltura, Giuseppe Pan, all’ambiente, Gianpaolo Bottacin, e alla sanità, Luca Coletto, assieme ai rappresentanti del mondo agricolo (Coldiretti, Confagricoltura, Cia e Anpa Veneto), che hanno reso nota la difficile situazione delle imprese agricole e allevatorie che usano grandi quantità di acque superficiali o da pozzo artesiano per le loro attività.

Durante l’incontro sono stati ribaditi alcuni punti fermi, come ad esempio che le acque ad uso potabile degli acquedotti pubblici sono state messe in sicurezza con l’installazione di appositi filtri fin dall’agosto 2013, che la sanità regionale sta per avviare un monitoraggio pluriennale su circa 250 mila persone potenzialmente esposte, per un costo di circa 150 milioni di euro, e che mancano limiti cogenti fissati dal governo (che ancora non esistono e che la Regione solleciterà a tutti i livelli).

“Al termine della riunione – spiega una nota diramata in proposito – è stato condiviso un cammino, che prevede, in tempi brevi, la messa a disposizione della mappatura delle aziende che usano acque superficiali o pozzi per la loro attività, il prelievo di un campione di acqua e le analisi da parte dell’Arpav, il cui costo potrà essere regolato e calmierato tramite un convenzione da sottoscrivere tra la Regione e le stesse organizzazioni agricole”.

“Conosciuti gli esiti di queste analisi e individuati gli eventuali pozzi che dovessero superare la soglia di accumulo, le due ipotesi d’intervento avanzate sono la variazione dell’altezza dei pozzi per raggiungere una falda pulita oppure l’apposizione di filtri. Si sta anche valutando la possibilità di deviare, verso le zone inquinate, parte dell’acqua gestita dal Consorzio di bonifica di secondo grado Lessino Euganeo Berico (Leb) la cui acqua, captata dal fiume Adige, potrebbe contribuire a diluire le sostanze sia sulle falde sia sulle acque superficiali. Scartata, invece, l’ipotesi di collegare le aziende alla rete idrica pubblica, sia per gli alti costi, sia per l’impossibilità che l’acqua potabile degli acquedotti sia sufficiente a rispondere alle esigenze della popolazione e a quelle degli agricoltori”.

“Quella che stiamo vivendo – hanno spiegato gli assessori -, è una situazione di grande impatto sanitario, ambientale, agricolo ed anche emozionale, che comporterà costi ingenti. Lo Stato non può rimanere indifferente. Occorrono finanziamenti straordinari e la fissazione, una volta per tutte, di limiti cogenti sull’accumulo di queste sostanze, delle quali in realtà non si è ancora in grado di conoscere compiutamente la reale pericolosità. Un limite nazionale è l’unico elemento di chiarezza che ancora manca, ma è fondamentale”.

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