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Goffredo Parise

Un ricordo di Goffredo Parise. Ed un rimprovero…

Goffredo Parise lasciò la “sua” Vicenza, quella dell’infanzia e dell’adolescenza, per accasarsi definitivamente sulle sponde del Piave, prima a Salgareda e poi a Ponte di Piave. Vicenza, la terra dei suoi sogni non meno che delle sue avventure, in vero più frutto delle sue fantasie che reali, gli stava stretta, sia per le sofferenze, lui figlio di madre non sposata nella “sacrestia d’Italia”, sia perché errabondo ricercatore di esperienze. Nel suo peregrinare tra Venezia, Milano e Roma ebbe modo di conoscere Longanesi, Feltrinelli, Pasolini, di stringere amicizie con Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda, Giorgio Montefoschi.

Il lavoro di reporter per il “primo giornale d’Italia” e, più ancora, la sua irrefrenabile voglia di liberazione e di creatività, lo porteranno a girare il mondo. Dal Giappone a Parigi, dal Vietnam al Biafra, per raccontare la guerra, la povertà e prima ancora i mondi di fantasia. In proposito si leggano i “Ricordi immaginari”, pubblicati sul Corriere della Sera, tra il 1983 e l’estate del 1984. Noi vicentini lo conosciamo più per i suoi romanzi, le sue prime creazioni, ambientati qui, come “Il ragazzo morto e le comete”, “La grande vacanza” e il più noto, forse più per la sua trasposizione cinematografica che per quanto è stato letto, ovvero “Il prete bello”.

Ma anche solo a fermarsi al Parise “vicentino” c’è gran motivo d’orgoglio per noi, ancorchè ingrati! Non che manchi la memoria di Edo, ma questa è solo di élite letterarie non della gente, che dico anche solo di studenti! Giorni fa mi sono recato di proposito in piazzetta San Faustino, dove Edo (nome affettuoso per gli amici) è nato e dove fece le sue prime esperienze di scrittore. Ho dovuto constatare ancora una volta che lì non c’è nessuna traccia di lui, nessun segno indica la presenza di Goffredo Parise.

La chiesa neoclassica di San Faustino adibita a cinematografo con lo schermo appoggiato dietro al portale, fa sognare Parise che ricorda: “…questo schermo invisibile emana tuttavia suoni, che sono i suoni e le parole del film. Buona parte della mia infanzia io la passai su un terrazzino al terzo piano di una casa proprio di fronte a quella facciata, udendo i suoni e le parole che accompagnavano immagini che non vedevo. Questo mi procurò un’intensa e ineffabile emozione di mistero e anche di dissociazione espressiva in quanto non riuscivo a capire come dall’interno di una chiesa non uscissero suoni d’organo o inni sacri bensì spari, musiche da grande orchestra, sospiri e parole d’amore…”.

Ho cercato invano quel terrazzino al terzo piano, ma la facciata di quella casa chissà quante manomissioni ha subito da allora! Non ho mai avuto occasione di visitare quella casa insieme a Edo (eravamo amici, pur con qualche differenza d’età), mentre lui veniva spesso a casa mia, quando abitavo lassù, alla Madonna delle Grazie tra Costabissara e Ignago. Ho ancora vivo il ricordo di lui quando, con la sua “Olivetti” dentro una sporta di pezza appesa al manubrio della bicicletta, saliva alla Madonna delle Grazie per intervistare i vecchietti e le vecchiette del ricovero parrocchiale.

Quel mondo, quello dei vecchietti, delle loro migrazioni per lavoro, delle ammirevoli suore che li accudivano, della maestra cieca che faceva lezione a noi ragazzi, del parroco, pure lui cieco, che aveva istituito quell’ospizio, è il protagonista realistico e insieme visionario de “La grande vacanza”, romanzo tanto amato da Virgilio Scapin, forse il più grande amico di Edo e che quei luoghi ebbe a conoscere quando era sfollato in tempo di guerra.

Ma torniamo in piazzetta San Faustino, in quel piccolo grande mondo di Parise. Lì nessun ricordo, non c’è una lapide, un busto, un qualsiasi segno del luogo dove è nato e cresciuto quello che è uno dei più fantasiosi e creativi scrittore del novecento. Questo mio vuole essere un ricordo di un amico, ma anche un rimprovero per una grave dimenticanza dei vicentini verso chi li ha tanto saputi ritrarre nei suoi primi romanzi.

Giovanni Bertacche

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