martedì , 27 Aprile 2021

Agriturismi e ristoranti, è di nuovo braccio di ferro

“Una proposta di legge che crea solo una gran confusione, che rischia di trarre in inganno i consumatori e che favorisce la concorrenza sleale nei confronti di migliaia di imprese della ristorazione del vicentino e del Veneto”. Così Fipe Confcommercio Vicenza boccia e chiede di ritirare le disposizioni del progetto di legge regionale 109 “Legge di stabilità”, in questi giorni al vaglio della Regione, che contiene alcune modifiche alla disciplina sugli agriturismi e che rischia di snaturare il loro vero ruolo, mettendo allo stesso tempo in difficoltà il settore della ristorazione.

“Se passasse questa norma – ha spiegato il presidente dell’associazione provinciale ristoratori di Confcommercio Vicenza, Emanuele Canetti – si spezzerebbe, di fatto, il legame tra quanto coltivato nell’azienda agricola e quando proposto al consumatore che siede al tavolo dell’agriturismo. Paradossalmente potremmo ritrovarci a mangiare le vongole del Polesine in un agriturismo di Asiago oppure l’asparago di Bibione in un agriturismo di Bassano. Mi devono spiegare, a questo punto, dove sta la differenza tra queste attività e quelle della ristorazione tradizionale”.

Lo scontento dei titolari dei locali vicentini sta nel fatto che gli agriturismi godono di regole e imposte agevolate, proprio perché la loro attività di somministrazione è complementare a quella agricola, che è principale. I ristoranti, invece, non hanno questo tipo di benefici e devono sottostare a norme autorizzatorie e sanitarie, oltre che ad incombenze fiscali e contributive. “E’ una questione di equità – ha proseguito Canetti – perché chi si rivolge allo stesso mercato, dovrebbe essere sottoposto alle stesse regole, altrimenti si legalizza una concorrenza sleale”.

Nello specifico, oggetto di proteste sono le modifiche all’articolo 7 del Pdl regionale 109, che abbassano dal 65 al 50% la soglia di prodotti propri che l’agriturismo può proporre ai clienti e che considerano, come provenienti dall’azienda agricola che gestisce l’agriturismo, anche i prodotti acquistati da cooperative agricole a cui l’impresa aderisce, ma che non produce direttamente.

“Aggiungiamoci, poi, che potrebbe essere alzata al 35% la quota di prodotti acquistabili da altre aziende agricole o artigiane, purché tipici, tradizionali, o a marchio comunitario, aprendo le porte delle cucine degli agriturismi ad un vasto elenco di specialità in grado di soddisfare i palati più esigenti, dalle schie di Venezia, alla seppia di Chioggia, al formaggio agordino di malga e così via. Le maglie larghe di questa norma permetteranno ad un operatore agrituristico furbo di mettere in tavola un intero menu fatto con prodotti che non provengono dalla sua azienda. Con buona pace del legame al territorio che queste attività dovrebbero avere. Un’ipotesi rischia di creare un danno enorme al sistema economico costituito dai ristoranti e dai veri agriturismi e se realizzata, sarebbe una presa in giro dei consumatori”.

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