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Soldi pubblici per risarcire i raggirati dalle banche?

Il governo ha deciso di spendere decine di milioni di euro per rimborsare i possessori di obbligazioni subordinate (titoli ad alto rischio e altissimo rendimento) delle quattro banche salvate di recente. L’idea di usare soldi pubblici, cioè i soldi delle tasse dei cittadini, per rimborsare azionisti e obbligazionisti delle banche è sbagliata. Negli ultimi anni, a causa della crisi, sono fallite migliaia di aziende, fallimenti che hanno prodotto disoccupazione e poi disperazione fino al suicidio di molte persone coinvolte. Padri e madri sono rimasti a casa – quando non hanno perso anche quella – senza reddito, in preda al panico, senza sapere come sbarcare il lunario. Nessuno ha proposto di intervenire in favore di quelle aziende, salvando i relativi posti di lavoro.

Nel caso di oggi invece si parla di persone che, in un modo o nell’altro, avevano redditi sufficienti a risparmiarne una parte e che hanno deciso di fare un investimento molto rischioso. Con tutte le cautele del caso, mi pare un’altra storia. Un conto è essere privati del reddito necessario per far vivere se stessi e la propria famiglia, un’altra cosa è perdere quella parte di reddito che si è riusciti a risparmiare. Alcuni di loro dichiarano di aver comprato su pressioni della banca (“compra sennò non ti rinnovo i fidi”, “compra così ti miglioro il tasso”); altri dichiarano di essere stati raggirati: bene, su tali pratiche vanno fatte le opportune verifiche e una volta accertate le responsabilità, si deve punire.

Ma l’idea che azionisti e obbligazionisti delle banche siano nella quasi totalità dei casi, sprovveduti pensionati che si sono privati del necessario per risparmiare ciò che serviva a comprare la macchina al figlio disoccupato, mi pare un tantino forzata. Ricordo che mia nonna andava a ritirare la pensione alle poste. Del ricevuto, non avanzava un granché, e se avanzava, lo metteva nel libretto che le poste medesime le fornivano. Mi diceva che almeno lì erano al sicuro. Saggezza contadina che si è persa?

Tra l’altro, uno dei motivi (ovviamente non il principale) per i quali queste banche sono andate in crisi è che offrivano rendimenti alti rispetto alla media del mercato; rendimenti dei quali nessuno ha offerto la condivisione, quando le cose andavano bene. E ancora, se devo dirla tutta, quando si entra in un supermercato si comprano i prodotti che si conoscono dei quali si ha bisogno; se si prova ad acquistarne uno nuovo, si mette in preventivo che possa non andare bene. Dovrebbe essere così, a maggior ragione, quando ci si avventura nel mercato dei prodotti finanziari. Per fortuna, mi risulta che la gran parte dei veneti ragioni in questo modo.

Tra l’altro, quando si comprano questi prodotti, deve essere sempre chiesto, dal proponente, se si ha la preparazione necessaria per trattarli. Non dovrebbe essere difficile, allora, verificare quando c’è stato raggiro, nel qual caso, deve risponderne il raggirante. Negli altri casi, i soldi pubblici devono essere impiegati in un altro modo; magari sostenendo i redditi di chi è senza lavoro. In effetti, la Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. E’ quindi dovere dello Stato rispondere se manca il lavoro, non se le banche falliscono.

Immancabile, si è scatenata la corsa di molti politici alla solidarietà nei confronti dei malcapitati clienti truffati. Non credo che sia un atteggiamento proficuo, in quanto ciò che possiamo fare è proprio ciò che va evitato, ovvero – ripeto – usare soldi pubblici per ripianare perdite di investimenti finanziari sbagliati. Per il resto, la politica, non ha competenze di sorta. Allora evitiamo di occuparci di problemi che non possiamo risolvere e concentriamoci su quelli che non abbiamo ancora risolto.

Antonio Guadagnini – Consigliere regionale di Indipendenza Noi Veneto

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