martedì , 18 Maggio 2021

Teatro, “Il visitatore” apre la stagione di Thiene

La stagione di prosa 2015/2016 del Teatro Comunale di Thiene si è aperta martedì 3 novembre con la messa in scena de “Il visitatore” di Èric-Emmanuel Schmitt. Maria Gabriella Strinati, assessore alla Cultura di Thiene, ha espresso di fronte a una sala gremita di gente il proprio orgoglio per questa nuova stagione, la trentaseiesima, in grado di offrire un programma di elevata qualità artistica. Nello spettacolo, in scena per tre giorni di fila, da martedì 3 a giovedì 5 novembre, Alessandro Haber e Alessio Boni sono alle prese con la figura di Freud e quella di un visitatore non ben identificato.

La scenografia si apre agli occhi degli spettatori come un piccolo antefatto: in un appartamento in stile liberty giacciono a terra numerosi libri sparpagliati, distrutti, strappati, come a indicare un’aggressione al sapere costituito. Dalle parole di Anna, la figlia di Freud, interpretata da una passionale Nicoletta Robello Bracciforti, il pubblico viene a conoscenza dell’epoca storica in cui è ambientata la pièce di Schmitt, ovvero nell’aprile del 1938 nella Vienna occupata dal Terzo Reich.

L’appartamento è separato dal mondo esterno, è a tutti gli effetti un involucro protettivo che Freud, anziano e ammalato, ha trasformato in una roccaforte di resistenza ai sorprusi nazisti. La figlia, preoccupata per la salute del padre, desidera fortemente che egli firmi una dichiarazione in cui attesta che lascia il paese non tanto per le violenze subite in patria, ma per il semplice desiderio di viaggiare. Lo sconvolgimento viennese è evocato, nel frattempo, attraverso la visione alla finestra: gli ebrei sono oggetto di discriminazione continua e Freud, ebreo non praticante, si rifiuta di abbandonare la città per solidarietà. Il documento “infame” è sulla scrivania, in bella vista, ma il grande psichiatra non vuole assolutamente firmarlo.

A interrompere il dialogo padre-figlia è un ufficiale della Gestapo, interpretato magistralmente da Alessandro Tedeschi, il quale si distingue per i gesti violenti, per le porte sbattute e le manate impetuose al tavolo. Non è che una macchietta, un individuo gretto e meschino, dagli stivali lucidi e frustrato con le donne, che sfoga la propria cattiveria sugli inermi. Chiede soldi in cambio della vita, gli ebrei lo fanno sentire di “merda” con le loro belle case, la loro profonda cultura, la loro superiorità morale… È in grado di riconoscerne uno a distanza. Rimasto solo, Sigmund Freud è in preda alla disperazione perché la figlia gli è stata portata via per un interrogatorio: “Fate qualcosa” è il suo grido d’aiuto all’ambasciata americana, in preda a un tremolio continuo. All’improvviso appare in scena un “visitatore” sconosciuto, dai vestiti malmessi e la chioma folta. È Alessio Boni a interpretarlo, con gesti sconclusionati, quasi folli perché fin dall’inizio si insinua il dubbio che l’uomo sia un pazzo mitomane scappato dal manicomio.

Alla domanda “Chi siete?” l’intruso si rifiuta di dire le proprie generalità e risponde con un laconico “Qualcosa in cui non credete”. Quello che realmente rivelerà la possibile identità dell’individuo a Freud è la storia del bambino lasciato solo a cinque anni nella grande cucina di casa. L’ipnosi rivela quindi una storia che appartiene al vissuto dello stesso Freud, il momento stesso in cui ha capito che il mondo è una grande cassa vuota dove il nostro io urla a squarciagola. Il visitatore sa tutto, conosce tutto: non può essere che Dio. Freud è ateo, ma improvvisamente sente il bisogno di credere, sente la necessità di un padre che lo guidi.

In un confronto serrato tra Haber, che impersona un vecchio intrappolato in un corpo che non sente più suo, ansimante e catarroso, e Boni, un Dio ironico, ritroviamo le grandi domande scomode dell’umanità. Fino alla fine lo spettatore resta attanagliato dal dubbio della verità della messa in scena e si chiede se il Dio di Boni sia realmente così, un Dio d’amore che per dare la libertà agli uomini ha perso la sua onnipotenza. Tra richieste di miracolo e colpi di pistola, il testo scivola via in un crescendo di emozioni reso ancora più grande dalla bravura e dalla presenza scenica dei due bravissimi attori. Lo spettacolo, dopo Thiene, tornerà nel vicentino a dicembre, per la precisione il 4, al Teatro Verdi di Lonigo, mentre la stagione di prosa thienese continuerà il 24, il 25 e il 26 novembre con il “Don Giovanni”.

Camilla Bottin

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