E’ morto, dopo un infarto, Ermes Mattielli

C’è una notizia che è destinata a far discutere e forse a diventare un caso anche nazionale. E’ infatti morto Ermes Mattielli, ex rigattiere di Arsiero che circa un mese fa era stato condannato dal Tribunale di Vicenza a cinque anni e quattro mesi di carcere e ad un risarcimento di 135 mila euro per aver sparato, ferendoli, a due nomadi che tentavano di derubarlo. Duplice tentato omicidio, è questo il capo d’accusa che ha fatto condannare Mattielli, e la disputa giudiziaria è andata avanti per anni.

Mattielli è morto oggi, a 62 anni, nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Santorso, dove era stato ricoverato tre giorni fa a causa di un infarto. Le sue condizioni in realtà, per quanto serie, non sembravano disperate. Invece si è aggravato ed alla fine è arrivato il decesso. Sicuramente lo stress patito negli ultimi tempi per le vicende che lo hanno riguardato ha molto influito, e non mancheranno le reazioni di quanti lo hanno, sotto certi aspetti, portato ad esempio delle molte contraddizioni della società in cui viviamo.

Ricordiamo che tutto era cominciato nel giugno del 2006, quando Mattielli aveva sorpreso i due giovani nomadi mentre cercavano di rubare ferro e rame nel suo magazzino. Aveva preso la pistola e aveva sparato, Aveva poi aggiunto di averlo fatto senza l’intenzione di uccidere, e soprattutto aveva messo in evidenza il suo stato d’animo, esasperato dai continui furti subiti.

Tra le prime reazioni da segnalare quella di Matteo Salvini, il leader nazionale di quella Lega Nord che di Mattielli aveva fatti ultimamente una sorta di vessillo. “Abbatteremo – scrive in proposito Salvini sulla sua pagina Facebook – questo Stato schifoso che protegge i delinquenti e processa chi si difende. La tua morte non sarà vana, un pensiero e una preghiera per te, buon viaggio Ermes”.

Anche il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, è subito intervenuto, con una nota che ha titolato “Mattielli è morto tre volte” e nella quale esprime il suo cordoglio. “Provo dolore e sgomento – scrive – per una morte che arriva come un fulmine a ciel sereno, ma che trova le sue cause conoscendo quello che il povero Ermes ha vissuto e provato. Si chiude nel peggior modo possibile una vicenda che lo ha visto morire tre volte: quando i banditi sono entrati in casa sua, quando ha ricevuto la condanna, quando il suo cuore ha ceduto per lo stress e il dolore”.

“Ermes – aggiunge Zaia – è l’emblema del disinteresse dello Stato. Non saremmo qui a piangerlo se questo Stato non avesse varato leggi che garantiscono indennizzi ai banditi, ma non il carcere duro per tutti coloro che lo meritano e l’espiazione completa delle pene comminate”.

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