Arte, Cultura e Spettacoli

La recensione impossibile che arriva dall’Australia

Se un articolo è meritevole di essere definito strano e sui generis, è sicuramente quello che segue. E’ anche necessaria una premessa che lo spieghi, così come riteniamo importante segnalare quanto scrivono in questa pagina, a proposito della stessa cosa, i nostri colleghi del quotidiano online Vvox, quantomeno perché questo ci semplifica il compito. Questa “stessa cosa” è un libro, dal titolo “Zolfanelli, Nequizie e Turpitudini”, recapitato con identiche modalità sia a Vvox che a Vicenzareport. La cosa curiosa, per quanto ci riguarda, è che la copia per noi era indirizzata a Riccardo Carli, nostro ottimo collaboratore per oltre un anno che, purtroppo, in questo momento e già da alcuni mesi, si trova in Australia. Ebbene sì, con nostro grande rammarico, Riccardo non ha potuto far altro che trasferirsi oltremare (tanto mare) per fare il suo dottorato di ricerca in filosofia, e la cosa triste, tutta italiana, è proprio il fatto che il nepotista Bel Paese costringa a questo.

Comunque, dato che ne avevamo l’occasione e che in un primo momento non avevamo ben compreso di cosa si trattasse, abbiamo fatto avere subito il libro ai genitori del nostro collaboratore, perché glielo spedissero in Australia alla prima occasione. Risultato è che Riccardo, data la distanza, non ha ancora visto il libro, e neanche noi gli abbiamo dato più di una rapida e più che sommaria sfogliata. Ora, ovviamente non si può recensire un libro, presentarlo, senza averlo letto. Tuttavia, il nostro filosofo migrante, è evidentemente in quella fase in cui si comincia a sentire la mancanza dell’uso della nostra bella lingua madre, quindi ha preso carta e penna ed ha scritto una sorta di “recensione impossibile” che vi proponiamo di seguito, con la speranza quanto meno di strappare un sorriso.

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L’impossibilità materiale mi costringe ad una specie di blasfemia: recensire un libro senza averlo letto. Per questo, propongo di cambiare il sostantivo, passando da recensione ad impressione. Mi limito dunque a riportare delle sensazioni suscitate, senza esprimere un giudizio sul libro in sé. Le impressioni sono frutto di un fatto accaduto: un libro, recapitato nella cassetta della posta del giornale, indirizzato espressamente al sottoscritto e alla testata. Siccome gli anni Settanta sono passati da un pezzo, l’intenzione sottintesa al gesto è quella di ricavarne una recensione. L’autore: del tutto sconosciuto, rappresentato appena da un post-it manoscritto. Grafia incerta, appena tremante: una penna che sembra o molto giovane o molto anziana. Copertina anonima, nessuna casa editrice. Evidentemente un’opera auto-editata, dal titolo: Zolfanelli, Nequizie e Turpitudini. Non avendolo potuto leggere, il contenuto mi è ancora ignoto, ma si tratta perlopiù di aforismi e giochi di parole, raggruppati appunto in zolfanelli, nequizie e turpitudini.

Dico contenuto ignoto a ragion veduta. È vero infatti che se ne potrebbero leggere alcune righe, magari soffermandosi sulle più curiose e originali, proponendole poi di rimbalzo al lettore di questo articolo. Ma l’aforisma è una brutta bestia, un genere molto difficile. Un arma potentissima che richiede un’abilità altrettanto raffinata da parte di chi decide di usarla. Infatti, ogni aforisma getta uno sguardo sul mondo, dà un’impressione, implica un giudizio. Preso da solo può essere rivelante, ma anche può anche essere facilmente mal interpretato, vista la sua inevitabile parzialità. Certo lo si può apprezzare a livello estetico, e gli si può sicuramente affiancare qualche aggettivo: arguto, sofisticato, elegante, sciatto, irriverente, e così via. Le cose cambiano se lo si prende nel gruppo, se viene fatto dialogare. Solo così l’aforisma riesce a far nascere un significato terzo, più complesso, solo sotteso dal materiale di partenza, se preso individualmente. Sotto questo aspetto, l’arte dell’aforisma si può dire giustamente poetica.

Ora, è vero che l’aforisma fulminante è quel qualcosa che, da buon fulmine, riesce a illuminare un territorio altrimenti invaso dalle ombre. Per svolgere questo compito, però, anche l’aforisma ha bisogno di un territorio da illuminare, di un contesto, di un problema di fondo. Per questo, un libro di aforismi va letto tutto, oppure per niente. Bisogna capirne l’ambiente, il problema che investe, le volontà dell’autore, il suo significato. Se invece ci si ferma al gioco di parole, al puro gusto estetico del significante, può essere soddisfatta solo una curiosità superficiale, e mai nessuna sete di conoscenza.

In un epoca dominata da attenzione e curiosità superficiali, si capisce allora come l’aforisma sia una forma di scrittura che funziona: dalla pubblicità ai social network, la contemporaneità è dominata dallo scritto breve, ammiccante ed evocante. Ma se si aspira a trasmettere un significato più profondo, questi giochi prospettici vanno fatti scontrare e dialogare, tra loro e nel loro ambiente. Detto questo, non so dove si collochi il libro del nostro benefattore: andrebbe, come detto, letto tutto, per capire se il contesto che si viene a creare nelle 150 pagine regala un senso più profondo di quello evocato dal singolo pezzo, dalla semplice suggestione.

Se l’autore aveva effettivamente qualcosa da dire, se è stato spinto a scrivere per far sapere a qualcuno il suo pensiero, non se ne capisce molto la scelta di affidare il proprio lavoro ad un giornale generalista, e per lo più di scala locale. Sarebbe stato forse più sensata una distribuzione dal basso, a partire dalla propria cerchia di amici, per capire se il messaggio riesce ad arrivare almeno a coloro con cui si condivide almeno una parte della visione del mondo. Se l’obiettivo invece era solo quello di mettere in moto la macchina mediatica, il risultato può dirsi raggiunto. Tutti infatti ne hanno ricavato qualcosa: il lettore di Vicenzareport una notizia curiosa; la testata una manciata di visualizzazioni in più; l’autore l’anonima pubblicità sperata, e l’improvvido recensore una voce in più in busta paga.

Riccardo Carli

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