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Magia di fiati nel concerto dei giovani della Oto

Secondo appuntamento, ieri sera, a Vicenza, della rassegna estiva “Notturni palladiani”, nel cortile del Palladio Museum. La serata, dal titolo “Magia di fiati al chiaro di luna”, sarebbe certo risultata  gradita al proprietario della residenza che ospita il Palladio Museum, ovvero Palazzo Barbaran da Porto, progettato e realizzato da Andrea Palladio, tra il 1570 e il 1575. Il padrone di casa, ilnobile vicentino Montano Barbarano, vissuto alla fine del cinquecento, era infatti un musico eccellentissimo, che possedeva diversi flauti all’interno della sua collezione, a testimonianza di un’intensa attività cameristica.

In questa ideale continuità musicale si è posta l’Orchestra del Teatro Olimpico, la Oto, in formazione da camera. A partire dal 2014 profonde ristrutturazioni sono avvenute al suo interno: i due fondatori e azionisti di maggioranza, il Comune di Vicenza e il Conservatorio Pedrollo, hanno aperto, tramite bandi, l’orchestra ai giovani musicisti per un percorso di specializzazione post conservatorio. Non sono mancate polemiche allora, con alcuni che hanno ipotizzato che la nuova gestione amministrativa tenesse soprattutto d’occhio i fattori economici, considerando che i giovani hanno di solito meno pretese e sono meno tutelati rispetto ai musicisti più avanti nella carriera.

L’età media dei nuovi ingressi nella Oto si aggira sui ventiquattro anni, e così era anche per il quintetto di fiati che ha suonato giovedì 25 giugno, formato da Giulia Baracani al flauto, da Francesca Rodomonti all’oboe, da Edoardo Di Cicco al clarinetto, da Riccardo Rinaldi al fagotto e da Tea Pagliarini al corno. La scelta di un repertorio poco conosciuto, con autori meno noti al grande pubblico, si è rivelata in ogni caso foriera di esperienze nuove, capace di suggerire un viaggio intorno al mondo, tra la Parigi di Ibert, la Germania di Hindemith, l’Italia del livornese Cambini e l’Ungheria di Ferenc Farkas, ricco di trame musicali inedite.

Le tre composizioni brevi di Ibert che hanno aperto la serata, preceduta dall’introduzione del critico Alberto Schiavo, erano pensate per un “wind quintet”, ovvero un quintetto di vento, un nome “magico” che suggerisce la dolcezza dell’andamento dei tre movimenti che si alternavano tra l’Allegro, l’Andante e l’Allegro Scherzando. Il tono pungente di Hindemith, che a tratti flirta con il jazz, conduce poi gli spettatori in un walzer satirico in cui ci immaginiamo figure mitologiche balzare da ogni anfratto.

I giovani musicisti della Oto si sono rivelati all’altezza del compito assegnato loro, non hanno mostrato incertezze. Hanno chiuso il concerto il “Quintetto n° 1 in si bemolle maggiore”, di Giuseppe Maria Cambini, e le antiche danze ungheresi del diciassettesimo secolo di Ferenc Farkas. Il prossimo appuntamento, previsto per giovedì 9 luglio, vedrà impegnato il quartetto d’archi formato da Anton Bianco, Alessia Giusto, Stefania Bottin e Giovanni Genovese, in un repertorio che include Beethoven, Donizetti e Puccini.

Camilla Bottin

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