Terremoto in Nepal, salvi i vicentini, ma il ritorno è duro

A distanza alcuni giorni comincia ad avere contorni un minimo definiti la sciagura immane che ha colpito il Nepal, nella giornata del 25 aprile. Un terremoto fortissimo, dell’ottavo grado della scala Richter, devastante anche perchè si è abbattiuto su città e villaggi già fragili e poverissimi. Senza contare le caratteristiche geologiche del paese himalayano, ovvero un posto di alta montagna e quindi soggetto a frane, valanghe e grandi difficiltà per i soccorritori di raggiungere le zone colpite e i dispersi.

I media nazionali hanno abbondandemente informato, fin dalle prime ore della tragedia. Per quanto ci riguarda sottolineiamo, ed oggi lo si può fare, che non vi sono vittime vicentine in questa catastrofe. Stanno bene e rientreranno, speriamo, presto a casa i membri della spedizione dell’alpinista vicentino Mario Vielmo, che hanno trovato rifugio negli ultimi giorni nella Piramide di vetro del Cnr. Il loro ritorno però sarà difficile perché lo faranno da soli, a piedi e partendo da un’altitudine di 5 mila metri, alla quale ancora si trovano. Fa parte del gruppo anche Cladio Tessarlo, alpinista egli stesso ma conosciuto in città forse soprattutto come giornalista e scrittore, e per essere stato a lungo redattore capo del Giornale di Vicenza.

Ha dato notizie anche l’unico per il quale fino ad oggi realmente si temeva, ovvero il giovane Leonardo Cimberle, bassanese di diciannove anni, che non aveva avuto modo fino ad ora di contattare la famiglia riuscendo per fortuna a farlo oggi. Era in Nepal da alcuni mesi, a Katmandu, lavorando come volontario per una organizzazione umanitaria. Altri escursionisti veneti sono già rientrati nella giornata di ieri.

Vi sono ancora comunque tre italiani dei quali non si ha notizia, mentre per quanto riguarda il conto delle vittime, è sicuramente spaventoso. In questi primi giorni dal sisma, naturalmente, si è potuto accertare ben poco. I gruppi di soccorso fanne il possibile ma Katmandu ed il resto del paese si presentano devastati, e rimuovere le macerie richiederà tempo. Si parla della possibilità che i morti siano alla fine 10 mila, e non sembra affatto una ipotesi remota. Quattro fino ad ora le vittime italiane accertate.

Un’ultima riflessione merita forse di essere fatta sui soccorsi. Nessuno nega le grandi difficoltà i soccorritori debbono affrontare, ma è certo che, da quanto si riesce a capire in Europa, gli abitanti di Katmandu, e ancor di più le popolazioni locali del resto del paese, sembrano avere il maggior bisogno di aiuto, con l’acqua potabile divenuta forse un miraggio e migliaia di cadaveri in decomposizione sotto le macerie. Il rischio di epidemie è fortissimo, e si capisce lo sfogo, ad esempio, di Reinhold Messner che  ha criticato la macchina dei soccorsi, parlando di un andamento a due velocità che mette forse in campo risorse imponenti per la ricerca degli alpinisti stranieri a fronte di un impegno minore per le popolazioni locali.

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