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Vicenza, Piero Guccione a Palazzo Chiericati

La Pinacoteca di Palazzo Chiericati, progetto di palladiana memoria a due passi dal Teatro Olimpico, ospita la mostra “Storie della luna e del mare” dell’artista siciliano Piero Guccione. L’esposizione, a ingresso libero fino alla chiusura del 2 giugno, in contemporanea con la fine della mostra “Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh”, è curata da Marco Goldin. L’organizzazione dell’allestimento è opera invece della trevigiana “Linea d’ombra” di cui Goldin è direttore: il percorso critico intrapreso si stabilisce su un continuum curatoriale in quanto il sodalizio artistico tra l’esperto d’arte e Guccione che ad aprile farà ottant’anni è piuttosto intenso.

L’artista, presente più volte alla Biennale di Venezia, può essere ritenuto a merito uno dei più grandi pittori contemporanei viventi: i sedici lavori che Goldin presenta a Vicenza hanno come punto d’incontro l’assenza della linea d’orizzonte che fa sì che tra il mare e il cielo non ci siano fratture visive. Il pittore, uomo di mare, precisamente della siciliana Scicli nell’area sud orientale dell’isola, si immerge in una vera e propria “evanescenza” del colore che si consuma in tinte pastello dall’alba al tramonto.

Il percorso che raccoglie opere di grande formato in olio su tela del periodo che va dal 1990 al 2014 si snoda in tre sale e richiama al visitatore una purezza assoluta, appena scalfita dall’aggrumarsi della base della cornice in luogo del greto sabbioso. Le spiagge raffigurate, tra cui quella di Sampieri, non sono riconoscibili: il quadro diventa essenzialmente una trama di azzurri in cui i contorni definiti di costa, acqua e cielo si perdono. Spicca talvolta qualche linea colorata, viola, rosa o verde, nel Mediterraneo.

Irrompe invece con la sua fisicità il “Paesaggio” in tecnica mista, con in primo piano essenze plastiche che rammentano l’immondizia che costella le coste siciliane. È quasi una frattura nel senso d’intimità che la luce, dall’alba al tramonto fino alla notte stellata, ricrea in forme vacue, indefinite. I colori si ammantano di sogni con “Il nero e l’azzurro”, è la dimensione della notte che si insinua alla fine della mostra e ci lascia con un senso di nostalgia.

Camilla Bottin

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