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18 febbraio1947. Passava il Treno della vergogna

Oggi ricordiamo una della pagine più buie della Repubblica nata dalla Resistenza. Una pagina oscurata che, come tante altre, non viene raccontata nei libri di storia: il treno della vergogna. Quando i compagni bolognesi prendevano a sassate i profughi istriani, italiani, quei fratelli “veneti di la de mar”. Versavano sulle rotaie il latte destinato ai loro figli, scioperavano per negare un pasto caldo a bambini e anziani. Eppure, ancora oggi, episodi come questo devono rimanere un tabù. Viviamo in un paese dove, a settant’anni dalla fine della guerra, non si è mai realizzata una pacificazione post-bellica, dove ricordare, discutere, parlare di certi argomenti è quasi un crimine.

Su internet troviamo una citazione dello storico e scrittore Guido Rumici, che in uno dei suoi saggi scrive: « Si trattò di un episodio nel quale la solidarietà nazionale venne meno per l’ignoranza dei veri motivi che avevano causato l’esodo di un intero popolo. Partirono tutte le classi sociali, dagli operai ai contadini, dai commercianti agli artigiani, dagli impiegati ai dirigenti. Un’intera popolazione lasciò le proprie case e i propri paesi, indipendentemente dal ceto e dalla colorazione politica dei singoli, per questo dico che è del tutto sbagliata e fuori luogo l’accusa indiscriminata fatta agli esuli di essere fuggiti dall’Istria e da Fiume perché troppo coinvolti con il fascismo. Pola era, comunque, una città operaia, la cui popolazione, compattamente italiana, vide la presenza di tremila partigiani impegnati contro i tedeschi. La maggioranza di loro prese parte all’esodo».

Ma forse i fatti parlano da soli. La domenica del 16 febbraio 1947 da Pola partirono per mare diversi convogli di esuli italiani con i loro ultimi beni e, solitamente, un tricolore. I convogli erano diretti ad Ancona dove gli esuli vennero accolti dall’esercito a proteggerli da connazionali, militanti di sinistra, che non mostrarono alcun gesto di solidarietà. Ad accogliere benevolmente gli esuli ci furono tre uomini, dei quali due con la fisarmonica, che cominciarono a cantare vecchie canzoni istriane: questi erano esuli precedentemente sbarcati e che avevano combattuto nella resistenza italiana.

La sera successiva partirono stipati in un treno merci, sistemati tra la paglia all’interno dei vagoni, alla volta di Bologna dove la Pontificia Opera di Assistenza e la Croce Rossa Italiana avevano preparato dei pasti caldi, soprattutto per bambini e anziani. Il treno giunse alla stazione di Bologna solo a mezzogiorno del giorno seguente, martedì 18 febbraio 1947. Qui, dai microfoni di certi ferrovieri sindacalisti fu diramato l’avviso “Se i profughi si fermano, lo sciopero bloccherà la stazione”. Il treno venne preso a sassate da giovani che sventolavano la bandiera con falce e martello, altri lanciarono pomodori e altro sui loro connazionali, mentre terzi buttarono addirittura il latte destinato ai bambini in grave stato di disidratazione sulle rotaie.

Per non avere il blocco del più importante snodo ferroviario d’Italia il treno venne fatto ripartire per Parma dove Poa e Cri poterono tranquillamente distribuire il cibo trasportato da Bologna con automezzi dell’esercito; la destinazione finale del treno fu La Spezia dove i profughi furono temporaneamente sistemati in una caserma. Anche molti giornali mostrarono purtroppo disprezzo verso gli esuli. Il giornalista de l’Unità Tommaso Giglio, poi direttore de L’Espresso, scrisse un articolo il cui titolo recitava” Chissà dove finirà il treno dei fascisti?”

Il Direttivo e lo Staff Web della Lega Nord – Liga Veneta sezione di Marano Vicentino

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