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A Vicenza, Bramante e l’arte della progettazione

Nel giardino di Palazzo Barbaran da Porto, a Vicenza, in contrà Porti, progettato da Andrea Palladio tra il 1570 e il 1575, si trova un cartellone ingrandito su una pagina specifica dei Quattro Libri dell’Architettura palladiani: è un passo in cui l’architetto rinascimentale che ha lasciato la sua “impronta” artistica soprattutto nella nostra città, si sofferma a divagare su Donato Bramante (1444-1514), a lui precedente di una generazione. Parole di elogio nei confronti di un maestro, Bramante, il primo “eroe” a riscoprire la grande architettura classica dopo la “barbarie” medievale, sono spese da Palladio con generosità.

Di lui, nella mostra “Donato Bramante e l’arte della progettazione”, tuttora in corso al Palladio Museum, al piano superiore di Palazzo Barbaran da Porto, dal 9 novembre 2014 all’8 febbraio 2015, sono conservati due disegni in cui studia le opere di Bramante. Ma chi è Bramante? La mostra, realizzata in collaborazione con la Biblioteca Hertziana Istituto Max Planck per la storia dell’arte, non ci dà una panoramica sull’artista Bramante, ma sul ruolo da lui svolto nel rivoluzionare il concetto stesso di architettura. Infatti, il perno centrale della mostra è il famoso “Uffizi 20 A”, un progetto autografo di Bramante in cui l’architetto pone, in evoluzione, gli sviluppi da lui apportati alla pianta della Basilica di San Pietro, commissionatagli da papa Giulio II nel 1506.

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Il progetto del Bramante “Uffizi 20 A”

Il documento (692x474mm), concesso dal Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, di Firenze, è di un’importanza fondamentale per la storia dell’arte: disposto su una parete semicircolare, tracciato con matita rossa su carta bianca imbrunita con quadrettatura, riporta le preesistenze della basilica costantiniana. Questo è il punto di partenza da cui Bramante ha preso atto per il suo progetto, a cui ha aggiunto, mano a mano, intuizioni che portavano a valorizzare gli spazi vuoti in relazione alle strutture.

E’ una novità molto importante: per la prima volta dopo i Romani, l’architettura torna a concentrarsi sui vuoti, intuendone la forza dinamica. La cupola centrale, da piccola, si estende a 45 metri di diametro, come quella del Pantheon di Roma e si appoggia a quattro cappelle angolari coperte a cupola che riproducono lo spazio centrale: per fare questo si dispongono pilastri tagliati in maniera inaudita. Non è facile da capire, ma la proiezione multimediale sulla parete di sinistra aiuta anche i “non esperti” a rendersi conto della portata rivoluzionaria del lavoro di Bramante.

E, se non bastasse, sulla parete di destra, c’è invece un angolo dei “pensieri” in cui vengono riportate le riflessioni di Christof Thoenes della Biblioteca Hertziana il quale, con l’aiuto dei disegni di Alina Aggujaro, riesce a dare conto delle aggiunte di Bramante sul manoscritto, visto come un “palinsesto” su cui apportare correzioni su correzioni. E’ una mostra che occupa appena una sala del Palladio Museum, ma che, in via del manoscritto che contiene, è unica.

Camilla Bottin

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