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Particolare del Giudizio Universale di Michelangelo - foto: Sailko

Cos’è l’etica oggi? Un incontro a Vicenza ha fatto il punto

Un filosofo, una psicologa e un politologo si sono riuniti ieri a Vicenza per commentare una ricerca promossa dalla Casa di Cultura Popolare. Giangiorgio Pasqualotto, Chiara Volpato e Ilvo Diamanti sono stati infatti invitati per l’ultimo degli incontri dedicati all’etica e alle scelte etiche per uscire dalla crisi. L’occasione di discussione è stata data da un sondaggio promosso sul web, dove 462 partecipanti hanno scelto le parole migliori per definire l’etica oggi. I risultati hanno visto dominare parole come responsabilità, rispetto e onestà (rispettivamente con il 63, 57 e 42% delle preferenze) seguite da parole come moralità (38%), bene comune (36%) e giustizia (34%). Sotto i 35 anni, sono stati gli uomini i più sensibili al tema sollevato, nella fascia d’età più alta invece, il rapporto si è invertito, e nel complesso 6 partecipanti su 10 sono state donne.

Giangiorgio Pasqualotto
Giangiorgio Pasqualotto

Giangiorgio Pasqualotto, ordinario di estetica all’Università di Padova, parte subito a gamba tesa, mettendo in discussione le basi su cui si fonda la morale occidentale, in un mondo che oramai deve fare i conti con la convivenza di tradizioni molto diverse.

“Da Platone in poi – spiega Pasqualotto – parliamo del bene, del giusto e dell’etica, e a partire da Hobbes abbiamo fondato la nostra idea di vivere insieme sul concetto di individuo: io sono io e tu sei tu, per non massacrarci a vicenda scegliamo un terzo soggetto, mediatore e controllore. È giunto il momento di mettere in discussione questo modello, e cominciare a confrontarsi con altri sistemi etici fondati su idee diverse. Non significa rinnegare la nostra tradizione, ma capire quello che ci succede attorno. Dobbiamo farlo quanto meno per un motivo cinico: il mondo davanti a noi si presenta con milioni e milioni di persone di tradizione diversa e millenaria, sono di più e sono più forti di noi: ecco perché serve un etica interculturale”. Confrontarsi con etiche estranee a noi dunque, che partono da visioni del mondo diverse e suggeriscono una peculiare visione della vita comune.

“Etiche senza divinità – continua Pasqualotto – come quelle del confucianesimo o del buddismo, minano alla base il nostro concetto di individuo. Secondo Confucio, per coltivare la qualità umana (ren), bisogna applicarsi a tre cose: il giusto mezzo, ossia limitare gli eccessi; la mitezza reciproca, in un atteggiamento simile all’evangelico ‘non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te’; e soprattutto le cinque relazioni (padre-figlio, sovrano-suddito, marito-moglie, fratello maggiore-fratello minore, amici), che ci dicono di come quello che noi chiamiamo individuo esiste solo in quanto costituito da relazioni. I buddhisti parlano addirittura di ‘non-sé’ (anatta): ogni realtà è priva di sé, dipende da infinite altre cose che la costituiscono. È come l’albero del banano, costituito esclusivamente dalle sue foglie: se si toglie una foglia dopo l’altra alla fine non resta niente. Questo significa che il nostro concetto di responsabilità in quelle tradizioni è elevato alla n: noi, essendo legati a tutto ciò che ci circonda, siamo responsabili di tutto ciò che accade, e ogni nostra azione ha un eco infinita nel mondo. Lascio a voi riflettere allora sull’inconsistenza di concetti come egoismo e altruismo, e su tutti i riflessi che una visione etica di questo tipo può portare nella nostra vita in società”

Chiara Volpato
Chiara Volpato

Dal canto suo Chiara Volpato, ordinario di psicologia sociale all’Università Bicocca di Milano, porta dati per spiegare la centralità della morale nella nostra percezione di sé e nel nostro sentirsi parte di un gruppo. “Secondo gli studi della psicologia sociale – dice Volpato – la morale è da sempre un tema dominante e potentissimo. Basti considerare che alla domanda: ‘chi sei tu?’ tutti, dopo aver elencato qualche termine di genere e ruolo sociale (uomo, alto, impiegato…), si sofferma proprio su tratti morali (buono, affidabile…). È stato calcolato che, di fronte ad una persona vista per la prima volta, dopo aver deciso se ci sarà ostile o meno, impieghiamo un decimo di secondo per stabilire se sia anche affidabile, se le sue eventuali minacce cioè siano credibili. Ulteriore conferma della centralità della questione morale nella nostra vita e data dal sentimento che ci contraddistingue nei confronti di culture diverse: non ci interessa infatti sapere se siamo più o meno intelligenti o sviluppati, abbiamo invece bisogno di sentire che noi e il nostro gruppo siamo più buoni e giusti, che la nostra morale è migliore e la nostra etica più fondata”

“Anche le emozioni – continua la professoressa – raccontano la nostra visione del mondo attraverso la lente della morale. Ci sono i pregiudizi: quello di invidia ad esempio, verso qualcuno che si dimostra ai nostri occhi competente, ma di cui diffidiamo, oppure quello di disprezzo, riservato a chi vediamo né competente né affidabile. È curioso come in Italia sia stato visto che questi pregiudizi sono riferiti rispettivamente alla categoria dei mafiosi e dei politici. Emozioni fondamentali di un gruppo che condivide la stessa visione morale sono poi quelli della rabbia, soprattutto nei confronti di altri gruppi, oppure quelli di vergogna, imbarazzo, colpa e orgoglio, nel caso le emozioni siano rivolte all’interno del gruppo stesso. Ecco allora – conclude Volpato – che nascono aberrazioni come quelle di cui siamo stati testimoni anche recentemente: fenomeni di ‘etichettamento eufemistico’, come nel caso della guerra umanitaria, o fenomeni di ‘giustificazione morale del male’, come quando si definisce Guantanamo un seme della democrazia

Ilvo Diamanti - foto: Niccolò Caranti
Ilvo Diamanti – foto: Niccolò Caranti

Ilvo Diamanti (qui in un video Rai, dove definisce ‘etica’ per la trasmissione Ballarò), ordinario di scienza politica all’Università di Urbino, si sofferma infine su ciò che effettivamente è rilevabile del nostro sentimento morale, commentando inizialmente i metodi e i risultati della ricerca vicentina. “Per professione – premette Diamanti – guardo più a ciò che è rispetto a ciò che dovrebbe essere, mi limito a misurare attraverso sondaggi tutto ciò che è misurabile: ecco perché con l’etica ho da sempre un rapporto distaccato. La rilevazione statistica che avete fatto pecca per aver fornito agli intervistati una lista di parole da cui scegliere: manca per esempio dignità, una definizione che sicuramente io avrei scelto, visto che come mio personalissimo metodo di rilevazione morale utilizzo il ‘riuscire a guardarsi allo specchio la mattina senza vergognarsi’. Inoltre, c’è il rischio che su alcune parole ci si fraintenda: è stato rilevato giustamente un gap generazionale, per cui i più anziani hanno scelto parole diverse rispetto ai giovani, ma questo è dovuto forse più alle parole stesse che ai concetti a cui si riferiscono: bene comune o responsabilità sono parole da sessantottini, anche legalità è ad vecchi, con giustizia infatti i dati sono già più paragonabili, e fiducia si dimostra un termine giovanile”

Venendo al punto circa la percezione degli italiani riguardo la morale, e in particolare l’etica pubblica, il professore non può che constatare una degenerazione nell’ultimo periodo storico, da quando il vivere comune è dominato dall’esposizione mediatica di alcuni personaggi importanti e dal modello di comportamento che questi suggeriscono.

“Il punto è che – conclude Diamanti – almeno negli ultimi vent’anni, i modelli rilevabili di etica pubblica sono i modelli etici delle persone che contano, perché oramai è la visibilità del personaggio a dettare le linee della vita comune. La si è definita democrazia del pubblico: ciò che viene votato è ciò che viene visto di più, e l’etica come criterio di valutazione del politico scompare. Quello che conta è riuscire a comunicare, indipendentemente dalla bontà di ciò che comunichi: questo è il fondamento dell’etica pubblica oggi. Ecco perché allora succede che noi, individualmente, siamo anche eticamente apprezzabili, ma la nostra politica e la nostra società no”

Riccardo Carli

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