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Del Jobs Act, della speranza e degli investimenti esteri…

L’illustrazione che riportiamo sopra spiega, con il mezzo grafico, la diffusione, o per lo meno la percezione che si ha della diffusione, del fenomeno della corruzione nei singoli paesi del mondo. L’Italia ne esce con le ossa rotte. Tra i paesi con i quali ci confrontiamo siamo di gran lunga quello più corrotto e clientelare. Certo, in tante nazioni dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, le cose vanno forse anche peggio, ma questo non ci può confortare. Se poi aggiungiamo che in Italia c’è un sistema burocratico che farebbe perdere la pazienza anche ad un santo, il quadro è completo.

Come può un’azienda estera non essere scoraggiata dall’investire in Italia quando sa che potrebbe dover pagare mazzette a qualcuno, assumere raccomandati per compiacere qualcuno altro, e magari aspettare un paio d’anno prima di avere un pezzo di carta che le consenta di ampliare un capannone industriale?

Bene, in questo scenario ci sentiamo dire adesso che l’approvazione del Jobs Act è un evento storico perché finalmente consentirà anche gli investimenti esteri grazie al superamento dell’articolo 18. E la corruzione? E la mancanza di una legge sui conflitti (il plurale non è a caso) d’interessi? E la meritocrazia che non c’è? E la burocrazia che invece c’è e non sembra destinata a diminuire?

No, ci pare improbabile che il Jobs Act da solo possa ridare smalto internazionale all’immagine del Bel Paese. Deve cambiare ben altro. Al massimo, si potrebbe sperare che ora le aziende italiane decidano di assumere un po’ di più, sebbene molti nutrano dubbi anche su questo. Un certo ottimismo viene espresso comunque dalle Acli, che si dicono soddisfatte “per l’approvazione del Jobs Act che, semplificando le norme che regolano il mercato del lavoro, si spera potrà contribuire ad un aumento dell’occupazione”. E’ il presidente delle Acli del Veneto, Andrea Luzi, ad esprimersi così sull’approvazione del provvedimento del governo Renzi.

“Tra i punti di forza del Jobs Act, – prosegue Luzi – fermo restando che per una più precisa analisi bisognerà attendere i decreti delegati che saranno emanati entro giugno 2015, è apprezzabile il fatto che sono estesi gli ammortizzatori sociali, in particolare con l’introduzione del Naspi, ossia il sussidio di disoccupazione universale, che verrà previsto per i lavoratori parasubordinati che perdono il lavoro”.

Le Acli del Veneto plaudono, inoltre, all’attesa “semplificazione dei contratti di lavoro, oggi almeno quaranta differenti tipologie, in previsione dell’introduzione del contratto unico a tutele crescenti. Altro valido elemento è rappresentato dalla costituzione dell’Agenzia unica federale del lavoro, finalizzata a coordinare ed indirizzare i Centri per l’impiego, la formazione e l’erogazione degli ammortizzatori sociali,  il progetto Garanzia giovani”.

“Importante novità è data, poi, – conclude Luzi – dall’introduzione del principio delle ferie solidali e dell’indennità di maternità estesa alle lavoratrici madri in rapporto di collaborazione a progetto, anche in caso di mancato versamento dei contributi. Gli elementi di positività, quindi, sono molti e possono rappresentare uno stimolo ad assumere per le imprese”.

Le Acli del Veneto tengono infine, a ribadire con forza la loro contrarietà allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil il 12 dicembre prossimo. Già, la Cgil dunque chiamata in causa, assieme alla Uil, per lo sciopero nazionale del 12, proprio per protestare contro la politica economica del governo Renzi e contro il Jobs Act in particolare….

“Confermo – ci ha detto in proposito Marina Bergamin, segretaria provinciale della Cgil – il giudizio negativo sul Jobs Act che, insieme alla legge di stabilità, non è lo strumento utile per uscire dalla crisi. Ci sono cose vaghe, come gli ammortizzatori, e il contratto a tutele crescenti, altre assolutamente precise, come una manomissione ulteriore dell’articolo 18. Queste scelte del governo portano ad un impoverimento dei diritti, non contrastano la precarietà e rappresentano una rinuncia ad indirizzare l’economia verso uno sviluppo basato sull’innovazione e la qualificazione dei prodotti e dei servizi. Si intraprende con estrema timidezza la strada dell’equità”.

“Quello che non va, oltre al merito, – continua la segretaria – è il messaggio culturale che si lancia, in continuità con il passato. Ad esempio, la centralità dell’economia e l’uscita dalla crisi sono affidate alle imprese, ad esse sono dati, a pioggia, incentivi economici e normativi. Inoltre, si svaluta ancora il lavoro, e si riconferma il sistema delle oltre quaranta tipologie contrattuali, come se fosse questo il toccasana per uscire dalla crisi. Infine, si pretende che il sindacato faccia un passo indietro, resti nei luoghi di lavoro e non si occupi di politica generale”.

“Ma il nostro è un sindacato generale, – conclude Bergamin – da sempre, e da sempre guarda anche alla legislazione, allo stato sociale, al fisco, all’educazione, alla cultura del paese. Non torneremo a chiuderci nelle sole fabbriche. Lo sciopero del 12 dicembre che stiamo preparando con decine di assemblee, vedrà la presenza di giovani, precari, disoccupati, oltre a lavoratori e pensionati. Confermiamo quindi la nostra identità generale, e il diritto di parlare di tutto, in autonomia politica e rimanendo nel merito”.

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