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Un bella veduta di Praia a Mare, la cittadina della provincia di Cosenza dove aveva sede la Marlane
Un bella veduta di Praia a Mare, la cittadina della provincia di Cosenza dove aveva sede la Marlane

Del processo Marlane e della Giustizia in Italia

Talvolta le istituzioni del nostro paese riescono ad essere davvero beffarde nei confronti dei suoi cittadini. E’ di ieri infatti la notizia della assoluzione di tutti gli imputati in quello che è conosciuto come il processo Marlane. I fatti sono molto noti. In Calabria, nella bella località di Praia a Mare, operava uno stabilimento acquistato nel 1987 dal Gruppo Marzotto, sotto il marchio Marlane appunto. I vertici di questa azienda erano chiamati a rispondere, presso il Tribunale di Paola, di un disastro ambientale che, negli anni, avrebbe anche causato almeno un centinaio di morti.

Solo qualche mese fa ad un nostro lettore, persona evidentemente informata ed attenta, non era sfuggito il fatto che sul processo Marlane incombeva lo spauracchio della prescrizione, furbizia tutta italiana con la quale spesso imputati eccellenti riescono a salvarsi trovando il modo di dilatare i tempi della giustizia. Chissà cosa pensa il nostro lettore in questi giorni, con gli imputati che, addirittura, non hanno avuto neanche bisogno del provvidenziale intervento di Madama Prescrizione?

Le sentenze si rispettano, si dice a gran voce da tempo. Tuttavia è bene anche che qualcuno rifletta sull’impatto che certe sentenze hanno sull’opinione pubblica, stanca ormai di vedere i soliti noti uscirne sempre impuniti e vincitori mentre il popolo anonimo è solo chiamato a pagare il conto. Quanto alle reazioni che la sentenza ha provocato, beh, si possono immaginare. In Calabria, per quanto lo consente il narcotico sistema che regola la nostra vita e che ci dice cosa e come pensare, c’è indignazione. Tra i parenti degli ex operai della Marlane, tra le famiglie dei morti, tra coloro che quel disastro, in qualche modo, lo hanno vissuto e pagato. Rappresentando i lavoratori, tra questi c’è la Cgil regionale della Calabria che, con quella del Pollino-Sibaritide-Tirreno, si dice “sgomenta per la sentenza del Tribunale di Paola”.

“La Cgil, nell’esprimere vicinanza ed affetto ai familiari delle vittime, – prosegue il sindacato – ritiene che vada data giustizia ai 107 lavoratori che negli anni sono deceduti. Nel dibattimento, dalle varie testimonianze erano emerse in maniera inconfutabile le responsabilità ed omissioni dell’ Azienda. Per queste ragioni il territorio si aspettava verità e giustizia. La Cgil, nel pieno rispetto del lavoro della Magistratura, è in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza che comunque ritiene ingiusta. La Cgil, valuterà nel merito le argomentazioni della sentenza, condizione indispensabile per dare continuità alla battaglia e dare giustizia alle vittime ed ai loro familiari. Non ci fermeremo e ci mobiliteremo assieme alle tante associazioni ed ai tanti cittadini nel territorio e nel Paese”.

Anche la Cgil di Vicenza, chiamata in causa dal fatto che la Marlane appartiene al Gruppo Marzotto, non si sottrae, ed esprime “sbigottimento e rabbia”, sottoscrivendo la dura presa di posizione del sindacato calabrese. “ Sembra che sui temi delle vite dei lavoratori e dei disastri ambientali – sottolinea la Cgil di Vicenza – non ci sia pace e non ci sia giustizia. Altre amare sentenze sono uscite in questi giorni: Eternit, Montedison Abruzzo… Ovvio che le situazioni sono diverse. Ovvio che bisogna conoscere le motivazioni delle sentenze. Ovvio che il lavoro della magistratura va rispettato. L’amarezza però resta tutta. Per le troppe vittime sul lavoro, per un ambiente massacrato e per la mancanza di colpevoli”.

3 Commenti

  1. Spiace leggere una tale contraddizione: le sentenze vanno rispettate, ma poi non si rispettano, con artifici linguistici incredibili. Rispettare la sentenza significa apprendere che il fatto non sussiste, e che quindi non ci sono morti dovute alle lavorazioni della fabbrica. Per giunta le stesse famiglie dei morti, costituitisi parti civili, si sono ritirate da un anno con un modesto rimborso spese. Non sappiamo se sia la verità, ma è la verità giudiziaria. Che cammina di pari passo con il dubbio che qualcuno avesse pretese, a cui il tribunale ha detto no, per giunta varie volte. Continuare a indicare “i soliti noti” (e chi sarebbero?) e a gridare vendetta (per cosa? e soprattutto contro chi?) non è un comportamento razionale, né civile. Vendetta non è giustizia. Pretendere dei colpevoli (Chi? e per quali reati?) è solo populismo, qualunquismo e forse anche demagogia. Incomprensibili e ingiustificabili se vengono da persone che dovrebbero essere dotate di intelletto. Peggio, se vengono da politici e sindacalisti o politicanti che si vorrebbero improvvisare capipopolo.

  2. alessandro giordano

    Buona sera
    troverete il mio commento nella lettera che, “come lettore attento sulla prescrizione” ma del tutto ignorante sulle “assoluzioni per mancanza di prove”, ho appena scritto al direttore che ne ha fatto richiesta nell’articolo (letto adesso).
    Alessandro Giordano

  3. Un Paese alla deriva! Rappresentazione fin troppo generosa dell’Italia. I “potenti” inseriti in ogni contesto politico , giudiziario e sociale esercitano il loro ruolo in “barba” alla povera gente.
    Questa sentenza , come altre, grida “vendetta”.
    Dopo #mafiacapitale un giorno vedremo #malagiustizia? C’è da sperarlo…..

    Enzo Caneva

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