lunedì , 13 Settembre 2021

La magia della voce nei pezzi staccati del “Giulio Cesare”, all’Olimpico

Due singoli monologhi, sulla scena del Teatro Olimpico di Vicenza, hanno animato ieri il “Giulio Cesare”, della Socìetas Raffaello Sanzio. Due “pezzi staccati” che lavorano sull’origine della retorica stessa, la voce: emergono dalle scene scamozziane nuclei vivi, figure mute di antichi fasti. A parlare è “vskij”, una figura simile a Gesù, interpretata da Simone Toni, in tunica bianca: “vskij” allude a Kostantin Sergeevic Stanislavkij, autore del Metodo Stanislavskij e padre del teatro occidentale: è il discorso tra i cospiratori Flavio, Marullo e il ciabattino, in apertura del primo atto del “Giulio Cesare” shakesperiano, a prendere corpo ma lo fa in maniera distorta, attraverso un viaggio a ritroso nella voce, nella sua carnalità.

Simone Toni con un sondino indaga le cavità orali della bocca durante il discorso: l’effetto, proiettato su un tondo a sinistra della scena principale, è inquietante, si passa dagli occhi al naso, ai peli della barba fino a scendere giù nella spelonca della cavità orale, dinanzi alle corde vocali che vibrano di fronte al discorso “classico” del teatro shakespeariano.

Entra in scena poi Giulio Cesare interpretato da Franz Rozestraten – assente nel dramma shakespeariano – vestito con una tunica rossa: non parla, solamente avanza e ogni passo produce un effetto di eco, è la risonanza del suo agire sul mondo intero. Alza le braccia in più movimenti e sempre lo segue una cadenza: lui, il reggitore dell’Impero Romano, non può però evitare la decadenza, viene calata dall’alto un’erma incatenata. E’ lui, è Cesare, ravvolto in un sudario rosso dai cospiratori che lo trascinano via.

Arriva Marco Antonio, sale su un podio che reca la dicitura “ars”: è un campione dell’ars oratoria, il suo elogio funebre tocca picchi intensi di drammaticità. Ma c’è qualcosa che non va, Marco Antonio, interpretato da Dalmazio Masini, è laringectomizzato, la sua foniatria è sgolata e poco udibile, poco più di un bisbiglio flebile. Si celebra la morte della parola, la “ferita” di un teatro che non sa più esprimersi: poco per volta, sulla struttura luminosa sita a destra del palco, esplodono le lampadine e il buio ricopre ogni cosa.

Rappresentato in doppio spettacolo, alle 20 e alle 22, venerdì 3 ottobre, il “Giulio Cesare – Pezzi staccati” di Romeo Castellucci, torna sabato 4 ottobre sempre con due appuntamenti dalla durata di 40 minuti l’uno. Prossimamente, il 10, l’11 e il 12 ottobre alle ore 21, sempre al Teatro Olimpico, ci sarà “La pazzia di Orlando ovvero il meraviglioso viaggio di Astolfo sulla Luna” di Mimmo Cuticchio.

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