La legge di stabilità taglia i fondi ai Patronati, a rischio la previdenza sociale gratuita

Chissà se negli incontri di questi giorni tra Napolitano e Renzi, in cui si è parlato sicuramente molto della legge di stabilità, è stato toccato anche il tema del taglio dei fondi ai Patronati sindacali. Qualche osservatore malizioso potrebbe dire che quello della previdenza sociale è un tema troppo di sinistra per scaldare il cuore del capo di governo, ma qui si tratta di un provvedimento che corre il rischio di essere svantaggioso anche dal punto di vista economico: si calcola infatti che, a fronte del risparmio immediato per le casse dello stato, sarà necessario stanziare almeno il doppio dei fondi per riuscire a svolgere il lavoro non più a carico dei Patronati.

I fatti sono questi: la legge di stabilità prevede un ripensamento della fetta di tasse che viene indirizzata dallo stato italiano ai patronati, si passa cioè dallo 0,226% sul totale dei contributi versati dai lavoratori dipendenti (pari a 430 milioni di euro) allo 0,148%, con una perdita di 150 milioni di euro l’anno. Soldi che continuano ad essere richiesti ai lavoratori, ma che non serviranno più a finanziare i centri di assistenza. La denuncia dei tre organi di coordinamento dei Patronati italiani Cepa, Cipas e Copas, che si è tradotta in un appello al presidente Napolitano, prospetta un taglio inevitabile dei servizi erogati, e il licenziamento di almeno 5 mila lavoratori.

I numeri del lavoro svolto dai Patronati sono imponenti. Con una sede ogni 22 mila abitanti, il Patronato gestisce il 90% delle istanze telematiche che riguardano la previdenza pensionistica, di disoccupazione o quella per gli assegni famigliari. Valuta e assiste gli infortunati sul lavoro o chi ha una malattia professionale, garantendo l’eventuale assistenza legale. Tutela i diritti socio-assistenziali, come la maternità, l’invalidità civile o l’assegno sociale. Regolarizza infine la situazione degli immigrati, seguendo le pratiche per il permesso di soggiorno o per il ricongiungimento famigliare. Questi sono alcuni dei servizi, per lo più gratuiti, offerti ogni giorno a oltre 50 milioni di utenti in Italia e all’estero. Servizi che, dicono gli addetti ai lavori, negli ultimi anni hanno visto un costante aumento di richiesta.

Solo in Veneto, l’attività annua dei Patronati Cepa (il raggruppamento di Inca, Inas, Ital e Acli) è di oltre 670 mila pratiche, svolte in 167 uffici zonali da 357 dipendenti. Nel 2013, il solo patronato Inca di Vicenza, con i suoi 18 funzionari, ha gestito più di 34 mila pratiche previdenziali, di cui 10 mila a sostegno del reddito, mille e trecento per danni sul lavoro e 6 mila assistenziali.

Emerge però, dall’appello fatto a Napolitano, una preoccupazione più profonda, per così dire a lungo termine. Secondo i sindacati infatti, il taglio di fondi previsto coinciderà con un aumento di spesa da parte della Pubblica Amministrazione, costretta a sobbarcarsi il lavoro prima svolto direttamente dai Patronati. Il calcolo fatto parla di 229 milioni di costi in più l’anno, a fronte dei 150 risparmiati dalla manovra finanziaria.

Inoltre, c’è il rischio di un acuirsi del disagio sociale e della differenziazione di classe, tra chi riesce a far valere i propri diritti e chi no. Lo ha ricordato ieri sera anche Pierluigi Bersani, ospite di Lilli Gruber a Otto e Mezzo (a 5’04” del video pubblicato): se salta il servizio gratuito infatti, molti cittadini si sentiranno costretti a rivolgersi ad intermediari a pagamento. “E adesso quella povera gente la mandiamo dai commercialisti?” chiede l’ex segretario del Partito Democratico, lasciando in sospeso una risposta tutt’altro che imprevedibile.

Scenario cupo quello prospettato, dunque. E se il governo non fosse così sicuro di sé e delle proprie scelte, verrebbe quasi da dire che certe manovre sono il frutto di idee confuse, volte ad aggiustare il cosiddetto “zero-virgola” della spesa pubblica, a discapito del benessere e dei diritti dei cittadini.

Riccardo Carli

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