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Ebola, Zaia: “In Usa la quarantena dei marines di Vicenza”

“La sanità veneta, se richiesta, è pronta a collaborare attivamente con le autorità americane della base di Vicenza ma, proprio per l’amicizia e la franchezza reciproche, devo dire che i marines rientrati dall’Africa e quelli che rientreranno nei prossimi giorni non dovrebbero essere reinviati in Veneto per trascorrere la quarantena per l’ebola, ma negli Stati Uniti, che sono la loro patria”.

Sono parole del presidente della Regione del Veneto, Luca Zaia, sa commento di quella che è un po’ l’argomento del giorno a Vicenza, e per la verità anche altrove. I media nazionali non si sono infatti risparmiati nel porre l’accento sulla questione ebola e sull’arrivo alla basa americana vicentina del gruppo di soldati che aveva lavorato all’allestimento in Liberia di alcune strutture sanitarie anti-ebola. Certo, il virus fa paura, la Liberia è il principale focolaio di diffusione della malattia, ma da qui a correre seri rischi la strada è lunga. Come è noto comunque i soldati sono in quarantena, un isolamento di 21 giorni durante i quali, se il contagio è avvenuto, la malattia deve manifestarsi. E ne arriveranno anche altri soldati americani provenienti dalla Liberia, anch’essi alla base di Vicenza e l’isolamento precauzionale sarà  necessario anche per loro.

Difficile quindi dar torto al presidente della Regione quando chiede agli americani di far fare oltreoceano la quarantena ai loro soldati. “Farò presente la mia convinzione all’Ambasciatore statunitense – ha infatti aggiunto Zaia – perché considererei più rispettosa per i cittadini veneti una scelta di questo tipo, quantunque si possa essere certi che i militari in questione vengono monitorati costantemente e sono giunti in buona salute”.

Allargando il ragionamento, Zaia ha ricordato che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, già il 4 agosto scorso, ha ufficializzato che il periodo di incubazione varia da 2 a 21 giorni, ma anche che un paziente guarito può ancora trasmettere la malattia, ad esempio attraverso il liquido seminale, per altri 28-29 giorni, il che porta a 49-50 giorni il tempo complessivo per avere la certezza della guarigione e della non infettività.

“Sulla base di queste informazioni puramente scientifiche – ha detto Zaia – riteniamo ragionevole e utile che le frontiere dai Paesi a rischio vengano chiuse alla fonte, cioè sin dai punti di partenza. E’ vero che le possibilità di esportare l’infezione sono minime ma in 49-50 giorni totali una persona infetta può non solo arrivare in un paese straniero, ma fare il giro del mondo. Per questo non vedo nulla di male nel fare ciò che, ad esempio, ha già deciso la progredita e civilissima Australia. E’ una questione anche di rispetto per il popolo italiano e veneto che sta vivendo con molto allarme lò’intera vicenda”.

Il sindaco di Vicenza, Achille Variati tiene invece a rassicurare. “Prefetto e autorità americane confermano che i militari stanno bene – ha sottolineato questa mattina il sindaco – e nessuno presenta sintomi del contagio: si trovano in una zona isolata della base dove rimarranno per tutti i 21 giorni del periodo di incubazione della malattia. Le autorità americane stanno operando nell’ottica della massima sicurezza a salvaguardia della popolazione e non c’è quindi motivo di fare allarmismo. Per i militari americani di ritorno dall’Africa è stato applicato infatti un protocollo improntato al principio di massima precauzione, esattamente come avevo richiesto in qualità di autorità sanitaria della città rivolgendomi alle autorità italiane e americane con la lettera inviata al presidente del consiglio Renzi lo scorso 16 ottobre. Inizialmente, infatti, era previsto un controllo costante ogni 12 ore dei militari, ma senza isolamento. Successivamente, invece, le autorità militari americane hanno previsto anche l’isolamento per tutto il periodo di incubazione, come richiesto nella lettera a Renzi”.

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