Arte, Cultura e Spettacoli

Piace il Menelao schiavo d’amore all’Olimpico di Vicenza

“Che tuo marito Menelao, se è ancora un uomo, possa aprirti la gola! Che il suo coltello sia cieco e sordo alla tua bellezza!” Così, insieme a una decina di improperi, si apre il canto disperato in francese del Ménélas, interpretato dal regista Simon Abkarian, un lamento pieno di livore indirizzato alla traditrice Héléne.

Ménélas si trova in un’osteria, solo, poco dopo l’abbandono: vede sulla spiaggia le impronte del troiano, irrispettoso delle leggi dell’ospitalità, che si accompagnano a quelle della donna che amava sopra ogni altra cosa. Lui, scelto tra tutti i greci con la parola “voglio” come se fosse un capriccio, non era più un uomo libero, ma schiavo d’Amore: il suo “accorrere” gli era tanto più gradito in quanto era consapevole di vivere un sentimento intenso senza costrizioni.

Héléne non era mai stata forzata, era la sua regina, la sua ragione di vita: ora Menelao, curvo come l’arco di un ponte, è deriso da tutti i Greci, viene additato come un vile, un debole che non sa nemmeno tenersi la moglie. In lui si agitano due sentimenti contrastanti: agire e scatenare una guerra per punire l’odiato rivale o lasciare andare la donna crogiolandosi a vita nel ricordo del passato felice? Le voci del Ménélas, rigorosamente in francese, con sottotitoli in italiano nella parte inferiore del palco, si sovrappongono: è un uomo indeciso.

Si accompagna a lui la musica rebetika, un blues della Grecia orientale, suonata da Grigoris Vasilas, virtuoso del bouzouki e da Kostas Tsekouras, giovane chitarrista: è straordinaria la trasposizione temporale che la vicenda subisce, Ménélas, in giacca e cravatta, si muove a passi di danza tradizionali che ricordano la Grecia. Lui è greco, secoli dopo, parla con un linguaggio avulso all’epoca ma egualmente lirico, egualmente epico. E’, per gli uomini di allora come per quelli di oggi, difficile capire la scelta di una donna innamorata: Héléne è per forza una “sgualdrina”, un essere lussurioso.

Colpisce, nel finale, dopo che la guerra di Troia ha causato stragi di innocenti, il desiderio di Ménélas di riprendersi Héléne: il rimorso lo accompagnerà sempre, ma la volontà di ricominciare non lo abbandonerà mai. “Là ti prenderò tra le braccia e tu mi dirai “Sei tornato?”

Lo spettacolo, in scena venerdì 26 e sabato 27 al Teatro Olimpico, dura un’ora e mezza, è intenso e struggente ma allo stesso tempo bisogna vederlo con una mentalità aperta: per noi occidentali la musica dei rebeti può apparire fin troppo “strana”, diversa, orientaleggiante. Eppure è ugualmente capace di veicolare contenuti poetici con la forza del suo lamento. Il prossimo appuntamento, il 3 e il 4 ottobre, sarà con il “Giulio Cesare. Pezzi staccati” di Romeo Castellucci. Prosegue così con successo il 67° ciclo di spettacoli classici al Teatro Olimpico di Vicenza.

Camilla Bottin

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