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Marketing, politica, riformismo e innovazione

E’ fuori dubbio che nel nostro Paese fu la competizione elettorale del 1994 a far da teatro al primo progetto “professionale” di marketing politico; ovvero il primo serio tentativo d’applicazione sistematica e palese di alcuni strumenti propri del marketing alla lotta elettorale. Tale avvenimento è da giudicarsi positivamente in relazione all’attuale situazione del Paese? Sicuramente sì, per gli interessi personali di qualcuno, e certamente no per quelli del bene comune.

Può la politica accettare di essere considerata un prodotto da vendere a prezzi superiori ai costi sostenuti così come il marketing prevede generalmente nel suo obiettivo ? Le strategie adottate per capire cosa desiderano i consumatori-cittadini e tradurre, con gli opportuni strumenti tecnici, in “offerte di mercato” hanno fatto spazio a troppi abili venditori-mercenari che nel loro patologico narcisismo si sono ben inseriti nelle organizzazioni in cui il prodotto era il Partito (e l’ideologia era la sua bandiera) con la loro figure di leader come un qualsiasi altro prodotto commerciale di marca ricco di “promesse di prestazione”.

Così come il marketing prevede necessario è stato combattere il concorrente con proclami, provocazioni e qualsiasi altro mezzo utile a denigrare il prodotto politico offerto dall’avversario. Il messaggio del capo deve far sempre presa nel Popolo anche nei linguaggi a cui esso è abituato… Ma tutto questo costa molti soldi e la conseguenza è che il ritorno dell’investimento avvenga con l’interesse privato nel governo della cosa pubblica. Giustificativo della corruzione ?!

La qualità della Democrazia moderna non può essere ancora confusa con una qualsiasi organizzazione industriale dove le apparenti spontaneità non sono mai assolutamente casuali. Niente è lasciato al caso: la gente dice e il marketing politico ripete. Ma come ogni prodotto il supporto della qualità nel lungo periodo è necessaria : il cliente non è fedele in eterno al Marketing. L’attuale declino del Paese coincide con quello industriale. Il disagio crescente colpisce famiglie, lavoratori, professionisti, imprese che, se pure con effetti e implicazioni diverse, sono accomunati da disagio, precarietà, incertezza per il futuro. Gli squilibri aumentano vertiginosamente allungando le distanze tra ricchi e poveri in una fase di recessione certificata.

Il buon senso dovrebbe quindi imporre una collaborazione di tutte le forze sociali coinvolte in un clima di concertazione indispensabile per l’attuale emergenza al fine di fare proposte idonee e condivise non limitandosi quindi al miglioramento dei soli controlli. Il declino viene da lontano. Troppo evidenti sono le storiche debolezze del capitalismo italiano e la perdita di ruolo e di valori di una borghesia industriale che ha mostrato limiti straordinari nella capacità di comprendere, anticipare, governare e controllare i grandi processi di trasformazione avvenuti e che stanno ancora avvenendo.

Troppe sono state le privatizzazioni senza liberalizzazioni, prive dell’ampliamento delle basi produttive, che hanno di fatto mantenuto privilegi e rendite di posizione delle parti più forti del sistema produttivo e finanziario e che hanno dato vita ad un complesso intreccio di sempre più difficile controllo e comprensione. Troppe sono state le risorse convogliate verso i poteri forti. Necessaria è quindi una nuova visione riformatrice di ampio respiro. Un Riformismo di sviluppo non di equilibrio o peggio di conservazione. Un Riformismo effettivamente capace di innovazione che cambi, in un quadro di coesione sociale, sapendo comprendere la effettive necessità e particolarità della nostra struttura socio-economica e produttiva. Il Paese ha un assoluto bisogno di sostanza. Il tempo dell’apparenza è finito.

Lucio Zaltron

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