Arte, Cultura e Spettacoli

Brividi all’omaggio ad Edgard Allan Poe di Theama Teatro

Il castello di Valbona diventa, per gli appassionati delle capacità catartiche del terrore, un ricettacolo di furie divine: oggetto di un temporale senza eguali, con lampi, tuoni e scrosci d’acqua, lo scenario in cui si è consumato l’omaggio teatrale a Edgar Allan Poe non poteva essere più appropriato. La compagnia vicentina Theama Teatro sta, in più giorni, compiendo un vero e proprio tour della paura: la performance si è spostata dalla Tenuta La Comuna, a Vescovana, al Castello di Valbona, per riprendere più avanti, il 13 settembre, in doppia replica al Castello di San Martino della Vaneza a Cervarese Santa Croce.

Ad accogliere i numerosi visitatori alla biglietteria, poco prima dell’ingresso, c’era la proiezione sulle mura del castello di fumetti d’autore degli anni Settanta. I racconti di Poe, quelli del terrore, visti dalla matita (e dalla china) di Tom Sutton, Jerry Grandenetti, Reed Crandall, non erano che un preludio a quello che doveva succedere dopo nel cortile interno. La folla si è accalcata intorno a Piergiorgio Piccoli, illuminato da un cono di luce. Con lui c’era un ritratto, l’immagine di una donna dal volto emaciato e solcato dalle rughe.

La stessa donna, dopo la lettura drammatizzata, si è animata nella partitura di danza di Lara Campigato, in scena con un viso spettrale nella notte appena illuminata da qualche lanterna. I movimenti erano strascicati, ansiosi, inquietanti, e la musica di sottofondo faceva gelare le ossa: il suo sguardo vitreo saettava sui presenti ma solo per poco perché Anna Zago, dopo qualche minuto, invitava il pubblico a procedere verso una nuova tappa.

Lo spettacolo era pensato come un percorso itinerante all’interno del castello: nella sala principale, adibita anche a ristorante pizzeria, con stemmi medievali, erano disposte sedie prese di mira dai numerosi avventori. Ogni passo celava una sorpresa, una qualche apparizione spettrale: durante la lettura del famosissimo racconto “La maschera della Morte Rossa”, a opera di Aristide Genovese, i gaudenti in scena si sono ritratti spaventati alla vista della figura comparsa alla fine delle scale, incappucciata, terribile nella sua avanzata lenta e inesorabile.

Non mancavano poi uomini sepolti vivi, poco per volta un muro veniva eretto: la bravura dei due lettori (e registi) Aristide Genovese e Piergiorgio Piccoli faceva sentire la bellezza dell’ansia, della paura, della situazione in cui non restava altro che la disperazione totale. Gli intermezzi in cui le partiture corporee di Alessandro Bevilacqua e Lara Campigato prendevano vita erano inquietanti: un rivolo di sangue finto scendeva sulla schiena, i muscoli si contraevano come in preda a spasmi, il corpo ruotava in preda alla follia.

L’itinerario che doveva completarsi nel camminamento di ronda e nella torre del Castello non ha avuto purtroppo la possibilità di dispiegarsi come previsto a causa del temporale che imperversava fuori, ma gli attori hanno saputo adattare le scene anche all’interno, in mezzo a sale buie oscurate appena da un faretto. All’improvviso è apparso un gatto: se fosse stato nero sarebbe stato ancora più d’effetto, ma intanto l’osservazione alla finestra dei lampi suscitava meraviglia perché sembrava veramente di vivere all’interno di un racconto di Edgar Allan Poe.

Camilla Bottin

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