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La teca con i resti dell'acquedotto romano, in Corso Fogazzaro
La teca con i resti dell'acquedotto romano, sotto i portici di Corso Fogazzaro

La Vicenza romana in una teca in Corso Fogazzaro

Un acquedotto romano fa bella mostra di sé nel centro storico di Vicenza, sotto i portici di Corso Fogazzaro. Si tratta dei resti di quei pilastri romani rinvenuti nel 2012, che il Comune ha deciso di valorizzare portandoli  alla luce, restaurandoli  e proteggendoli  in alto con lastre di vetro. Ed ecco ora le tre teche completate e  visibili ai passanti. Fu durante gli scavi per i lavori ai sottoservizi di Corso Fogazzaro che, tra i civici 188 e 212, emersero una decina di pilastri dell’acquedotto della Vicenza romana, già rinvenuto a Lobia.

Questa mattina si sono recati a vedere il risultato dei lavori l’assessore alla cura urbana Cristina Balbi, quello alla partecipazione Annamaria Cordova, l’amministratore unico di Aim Amcps, Matteo Quero, Mariolina Gamba, funzionario della Soprintendenza Archeologica del Veneto, e la restauratrice Patrizia Toson. Presente anche Tiziana Zamattio, presidente dell’associazione “I portici di corso Fogazzaro”.

Progettato da Aim Amcps, l’intervento è costato 68 mila euro è consistito soprattutto nella rimozione della pavimentazione precedente e del materiale che copriva in parte i reperti. I pilastri sono quindi stati restaurati, le pareti degli scavi consolidate e rivestite in legno, ed è stata realizzata una struttura metallica per sostenere la pavimentazione trasparente composta da lastre di vetro strutturale dello spessore di tre centimetri complete di strisce antiscivolo. Un impianto d’illuminazione, infine, ne garantisce la visibilità fin dal crepuscolo.

“L’amministrazione – ha commentato l’assessore Balbi – è molto soddisfatta per  un ritorno di bellezza già apprezzato dai passanti e dagli operatori economici della via. Sarà nostra cura mantenere visibili nel tempo le teche. Di qui la scelta di stanziare già le somme  necessarie alla manutenzione per i prossimi anni. È stato un ottimo lavoro di squadra tra la Soprintendenza e Aim Amcps, che ha modificato i tempi del cantiere per consentire che i reperti potessero essere esaminati, documentati e resi visibili”.

“Auspico ora che le guide turistiche di Vicenza – ha aggiunto Cordova – vengano in passeggiata fino a qui per apprezzare il risultato di questo intervento, e inseriscano quindi nei loro itinerari turistici anche Corso Fogazzaro con il valore aggiunto ora di queste splendide teche”.

“La coordinazione tra più enti è spesso fonte di complicazione – ha osservato Quero -, invece in questo lavoro è filato tutto liscio. Significativo aver già stanziato le risorse per la manutenzione, perché questi reperti, rimasti coperti per molti secoli, ora, improvvisamente a contatto con l’aria, rischiano ad esempio l’attacco di muffe e licheni. Per questo motivo le teche sono dotate di un impianto di ventilazione che entra in funzione quando l’umidità arriva al 60%”.

“Ringrazio l’amministrazione comunale – ha detto infine Gamba, della Soprintendenza – per la volontà di valorizzare questi ritrovamenti , ma anche Aim per la collaborazione dimostrata fin dall’inizio. Abbiamo così potuto aggiungere un altro importante tassello al quadro della Vicenza romana, i cui resti sono i più numerosi fra le città del Veneto. Già noto e conservato con cinque arcate e una decina di piloni, a Lobia, l’acquedotto romano di Vicenza veniva alimentato dalle risorgive della zona di Motta di Costabissara e da lì portava l’acqua alle domus, alle fontane, alle vasche, alle piscine e alle terme della città romana. Ma la prosecuzione del manufatto verso Vicenza era conosciuta solo attraverso dati d’archivio ottocenteschi. Con lo scavo al Dal Molin, invece, si è avuta la fortuna di rinvenire, lungo la rete di recinzione della base americana, una serie di strutture di fondazione dell’acquedotto, che ci ha confortati sulla direzione che esso aveva. In corso Fogazzaro, poi, erano già noti due piloni al civico 220, interrati nei garage e ancora visibili. Ma è stato poi solo con gli scavi di Aim di due anni fa che abbiamo trovato il tratto di acquedotto più vicino alla città. Rintracciata quindi una decina di fondazioni, le tre qui visibili sono quelle meglio conservate e in grado di rappresentare entrambi i tipi di fondazioni che venivano utilizzati dai Romani: ogni otto plinti rettangolari che sostenevano le arcate dell’acquedotto infatti ce n’era uno cruciforme, posto per motivi di staticità o per consentire deviazioni”.

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