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La seduzione dei film violenti

Trame a dir poco inquietanti e  il diletto “dell’orrore”: braccia mozzate con ferocia, teste che saltano in aria, corpi brutalmente squartati, rumori e suoni che anticipano scene raccapriccianti e sanguinarie. Rappresentazioni intensamente “visive”, un tempo considerate diseducative, e comunque adatte alla sola visione di un “pubblico adulto”. Ora, anche nell’immaginario giovanile, a fronte di una coscienza ormai mitridatizzata ed assuefatta alle “forme” più violente, ogni proposta “strong” del grande schermo risulta facilmente “digeribile” e assolutamente normale.

Così tutto passa indisturbato davanti agli occhi “intorpiditi” e desensibilizzati dei nostri ragazzi. Non il ribrezzo, non alcuni, naturali forse, sentimenti di repulsione e di spavento, ma diversamente la ricerca divertita  ed esaltante dei trailer più sinistri; ecco allora, l’adrenalina che sale alle stelle nel momento di massima tensione, l’inevitabile “godimento”, che derivano da una sorta di gusto per il macabro, per lo spettrale e per l’orrendo. Non siamo di fronte ad una realtà cinematografica e televisiva nuova; tuttavia, oggi, presentare un film d’azione che proceda “serenamente”, privo di effetti scenici spettacolari e “truculenti” risulterebbe probabilmente impopolare e poco commercialmente appetibile.

Comunque, secondo gli psicologi più lungimiranti, l’esposizione a contenuti violenti di bambini e giovani e la conseguente condizione “di eccitazione” possono produrre ripercussioni negative sulla loro salute e sul loro comportamento ed essere all’origine di collera, insicurezza, irritabilità o ansia. Inoltre, il frequente consumo di prodotti mediali con contenuti violenti può aumentarne l’aggressività. Si svilupperebbe peraltro una “perniciosa abitudine” al  distacco, all’apatia e all’indifferenza rispetto alla sofferenza, ovvero un azzeramento della “reazione” emotiva persino di fronte alla violenza più gratuita. Non pochi studi hanno anche dimostrato che quanto più precocemente i bambini e i giovani si sottopongano a scene di violenza, tanto maggiore sarà la loro inclinazione a consumare contenuti violenti negli anni a venire.

Un caso eclatante e paradigmatico è stata la proiezione di un film intitolato “Viaggio alla fine dell’inferno”, in cui era contenuta una scena di roulette russa: avrebbe successivamente indotto 29 giovani americani, tra cui alcuni bambini, di età compresa fra gli 8 e i 31 anni, a spararsi un colpo alla testa (trattasi ovviamente di un caso limite, che testimonia comunque la disarmante correlazione fra la visione di spettacoli violenti e le modalità di comportamento aggressivo nei più giovani). I ricercatori hanno fatto notare anche che in molte sparatorie avvenute nella realtà gli assassini indossassero uniformi, maschere da hockey o tenute da combattimento, proprio come nel copione di un film. Si instaura insomma il rischio di una pericolosa e insana dipendenza.

Un’esperta nel settore, la dottoressa Claudia di Lorenzi, ha affermato: “per renderci conto della quantità di violenza a cui sono esposti i bambini è sufficiente fare un semplice calcolo: un individuo che passi circa tre ore della sua giornata davanti alla tv, nel periodo che va dalla prima infanzia (2-3 anni) alla pubertà (14 anni) può in media aver visto 12.000 omicidi e 100.000 episodi di aggressione. Se pensiamo che i bambini passano davanti alla tv circa 4 ore al giorno, la maggior parte delle quali in solitudine, vediamo come il numero di omicidi visti in tv possa salire ad un totale di circa 16.000“.

Inoltre,  l’età che va dai 5 ai 12 anni, rappresenta anche il periodo in cui i bambini fanno più fatica a distinguere fra finzione e realtà. La di Lorenzi aggiunge: “in queste condizioni è possibile che interpretino come reali, o imminenti, e dunque realmente pericolose, cose che in realtà sono solo fantastiche e/o lontane dalla loro esperienza; oppure che tentino di emulare comportamenti possibili nella finzione scenica ma impraticabili nella realtà“.

Sicuramente si impongono delle attente riflessioni in tal senso, considerato il livello di vulnerabilità, soprattutto, dei più giovani ai messaggi che quotidianamente ricevono.

Claudio Riccadonna

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