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Quando il freddo salva la vita. La buona sanità a Vicenza

Davamo conto, ieri, del caso di buona sanità che si è registrato a Vicenza, all’Ospedale San Bortolo, dove è stata salvata la vita ad un bambino appena nato grazie ad un tecnica interessante e, almeno per tante altre realtà, certamente innovativa. Il bambino, quando è giunto al San Bortolo, non riusciva a respirare normalmente, ed il rischio più grande era quello di danni neurologici causati proprio dalla carenza di ossigeno in arrivo al cervello. Anzi, era possibile anche una improvvisa morte del bimbo. L’idea è stata di abbassare la temperatura corporea e “ibernare” le funzioni, a cominciare da quelle cerebrali, per poi ripristinare con calma la respirazione e salvare quindi la vita del neonato. E così è stato fatto, con ottimi risultati, tanto che il bambino ora sta bene e dorme tranquillo nel suo lettino.

Il nuovo macchinario per l'ipotermia
Il nuovo macchinario per l’ipotermia

Ma come si ottiene questo abbassamento di temperatura che evita i danni cerebrali e spesso anche la morte a pazienti in uno stato di grave emergenza, come questo bambino o come un qualsiasi altro paziente ad esempio in arresto cardiaco? Per la risposta ci viene in aiuto la Ulss 6 di vicenza, e più precisamente il reparto di Anestesia e Rianimazione dell’ospedale vicentino, dove i sanitari possono anch’essi contare su questo importante macchinario salvavita. Si tratta di un sofisticato sistema per ipotermia di superficie, il device Arctic Sun 5000 (Medival), donato dalla ditta Euroventilatori International Spa, di San Pietro Mussolino.

Entrando più nello specifico, è un’apparecchiatura “per il monitoraggio ed il controllo elettronico – ci spiega la Ulss 6 di Vicenza – della temperatura corporea mediante l’applicazione di membrane adesive, denominate Pads e contenenti acqua, sul corpo del paziente che ha subito un arresto cardiocircolatorio, ovvero la cessazione dell’attività di pompa del cuore, con interruzione immediata flusso del sangue, cosa che conduce ad una rapida carenza di ossigeno e a gravi conseguenze sulle funzioni cerebrali. In molti casi di arresto cardiaco infatti, anche quando la defibrillazione ha ripristinato un ritmo spontaneo cardiaco e le procedure rianimatorie sostengono il circolo, è difficile impedire che vi siano danni neurologici anche gravi, e perfino la morte del paziente”.

“La letteratura scientifica – ricordano ancora i sanitari vicentini – ha invece dimostrato che l’ipotermia terapeutica, ovvero l’abbassamento della temperatura corporea fino a valori compresi tra 32 e 34 gradi centigradi, riesce a limitare il danno cerebrale conseguente ad un arresto cardiaco. E’ dunque un metodo questo che viene molto raccomandato, anche dalle linee guida internazionali. Nel reparto di Rianimazione del San Bortolo, si è iniziato ad utilizzare l’ipotermia nel maggio 2013 e, dall’inizio dell’anno si sta utilizzando, come sistema per ipotermia di superficie, il device Arctic Sun 5000 (Medival), donato dalla Ditta Euroventilatori. I nostri dati preliminari, così come hanno fatto anche studi clinici internazionali, hanno dimostrato un miglioramento del risultato quando l’ipotermia è utilizzata nella terapia di pazienti dopo arresto cardiaco”.

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