lunedì , 14 Giugno 2021

Arzignano, teatro verità sulla “Grande Guerra Meschina”

Inizialmente previsto per il Castello d’Arzignano, lo spettacolo di Alessandro Anderloni “La Grande Guerra Meschina”, a causa delle incerte condizioni meteorologiche, è stato spostato, ieri sera, giovedì 20 giugno, all’auditorium Motterle: di fronte alla retorica patriottica, al “furor di popolo” che ci sarebbe da aspettarsi nell’anno del centenario della Grande Guerra, con festeggiamenti ricorrenti, Anderloni, drammaturgo, attore e regista al tempo stesso, sceglie una via diversa, di denuncia, di rovesciamento dei canoni.

Grande Guerra, piccoli generali: ricalcando il titolo di un saggio di Lorenzo Del Boca, Anderloni mette in scena un campo cimiteriale in cui le croci riportano i nomi dei responsabili del “fuoco amico” o di inconsulte e scellerate decisioni che hanno portato al massacro milioni di italiani. Giraldi, Graziani, Badoglio, Capello e lui, Cadorna, a cui sono state intitolate vie e piazze, sono da biasimare, non da esaltare: grazie alle veementi parole di Anderloni, in scena in mezzo a un cono di luce, alternate a canzoni sul tema cantate da Raffaella Benetti e suonate alla fisarmonica da Thomas Sinigaglia, i generali vengono messi “in croce”.

Più di 40.000 libri sono stati scritti sulla Grande Guerra, ma pochissimi trattano lo spinoso argomento del “fuoco amico”. Il generale Cadorna aveva ordinato di sparare a chiunque si fosse dimostrato codardo in faccia al nemico, una scelta terribile che ha condannato a morte persone innocenti, che avevano semplicemente paura e che volevano tornare a casa dalla “morosa”, dalla mamma e dal papà, e che piangevano di fronte al plotone d’esecuzione senza capire perché veniva fatto loro questo torto.  Senza nome sono, nemmeno figurano tra i caduti: l’alpino che, di fronte al pubblico, si presenta, non riesce a combattere gli austriaci, fino a qualche anno prima suoi compatrioti. Viene ucciso, e così molti altri italiani.

E per quelli che combattevano la situazione non era meno gravosa: cimici, pidocchi, sporcizia, il lezzo dei cadaveri nelle trincee, il macello una volta esposti alle raffiche nemiche, fame e sete, disagi estremi affliggevano i soldati che per sopravvivere si gettavano sul nemico, consapevoli che l’ammutinamento avrebbe portato loro solo alla morte. La scelta di staccare questi momenti drammatici con inserti musicali attinenti, con le parole di De André, Ivano Fossati o Eugenio Finardi, si dimostra particolarmente efficace: la bella voce della Benetti e l’accompagnamento di Sinigaglia, a volte solista, fungono da ombrello alla commozione ricorrente della platea ricolma di gente.

Anderloni è un one man show, regge le fila dello spettacolo in maniera magistrale, dimostra una padronanza della parola unica: lui stesso è preso dal pathos, vi partecipa con la voce calda e il corpo, è un momento magico in cui nessuno fiata. No, non penseremo mai più alla Grande Guerra come a un’impresa eroica italiana, ma solo a un Grande Macello. Un calderone di riflessioni ed emozioni che stimola ad approfondire l’argomento.

Camilla Bottin

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