Elezioni e politica, il 25 maggio si vota, ma non sembra

Meno di venti giorni al voto e sembra che si tratti di un passaggio elettorale che riguarda qualcun altro. Dire che la campagna elettorale quest’anno è sotto tono è dire poco. Probabilmente ha ormai preso piede una tendenza secondo la quale la comunicazione è importante solo negli ultimi giorni, quelli a ridosso del voto. Un po’ come avviene per un detersivo che va in offerta speciale, per un evento di spettacolo o per il lancio sul mercato di una lavatrice o di un’autovettura. In questi casi il concetto da far passare è semplice, immediato, e non ha bisogno di essere spiegato con troppo anticipo, è quindi logico concentrare il fuoco mediatico al momento giusto.

Ma la differenza è chiara a tutti: la politica dovrebbe spiegare, in modo approfondito e articolato, come intende governare la nostra società, i candidati dovrebbero farsi conoscere davvero perché si possa avere un’idea della loro credibilità. Insomma, pochi slogan sparati una settimana prima non bastano, anzi ci fanno pensare ad una politica senza idee, che non può far altro che affidarsi alle regole del marketing per tentare di sopravvivere. Non bastano alcuni chiassosi ed inutili dibattiti televisivi, e tantomeno spot, cartelloni e pubblicità varie che vendono i partiti come prodotti, candidati e idee come fossero dei vini da portare in tavola.

Del resto non ci si poteva aspettare altro, dopo decenni di commistione tra la politica e gli affari, tra il governo della cosa pubblica e i mezzi di comunicazione di massa, tra idee sempre più superficiali e il mercato che è alla base della società dei consumi. La stessa politica è diventata ormai un prodotto di consumo, un servizio da vendere: “Per una città migliore, per un Europa migliore, scegli Tizio Sempronio, raccomandato dalle migliori marche…”

Qualcuno potrà anche dire che, tutto sommato, è meglio così. Meglio cioè che gli slogan inutili e banali ci vengano propinati solo negli ultimi giorni. Sciropparsi un intero mese di marketing politico sarebbe stato peggio. Viene però da chiedersi se riusciremo mai ad essere una società seria, affidata alle idee, anzi agli ideali, nella quale sarà chiamato a governare chi ha una visione, chi immagina un futuro e sa come realizzarlo, chi poggia su valori e su contenuti saldi, chiari e imprescindibili, valori che siano veramente orientati verso il bene comune e non verso il tornaconto proprio o verso quello dei propri sodali. Se riusciremo insomma a dire basta alla logica secondo la quale governa chi si sa vendere in modo più efficace, o chi sa vendere meglio il suo padrone.

Franco Oriolo

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