Arte, Cultura e Spettacoli

I casoni di Calvene e Caltrano in un libro di immagini

“Inoltrandoci nei boschi delle nostre colline, sarà capitato a tutti di notare, sommersi da rovi e oramai ridotti a ruderi, queste costruzioni che comunemente chiamiamo casoni. Un tempo queste costruzioni erano ben conosciute ed erano ampiamente utilizzate, seppure nella maggior parte dei casi solo nella stagione estiva. La loro presenza è un elemento costante in tutta l’area pedemontana; nel territorio di Calvene sono molti i casoni che, in parte riadattati alle nuove esigenze ma per lo più abbandonati, suscitano il desiderio di approfondire di più la loro conoscenza. Compresa l’esistenza e l’importanza di questo patrimonio della nostra storia e cultura locale, nasce l’esigenza di conoscerne la consistenza e la dislocazione nel nostro territorio”.

Così il Sindaco di Calvene e assessore della Comunità Montana Astico Brenta Riccardo Finozzi sul recente volume fotografico di Valter e Luca Borgo “I Casoni di Calvene e Caltrano – Tra passato e presente”, pubblicazione curata da Renato Angonese e presentata in questi giorni in entrambi i Comuni della Pedemontana Vicentina.

Walter e Luca Borgo, a seguito di una mostra fotografica sui casoni allestita nella biblioteca comunale di Calvene nel 2007, proposero di pubblicare un libro sulla scia di un lavoro analogo svolto qualche anno prima per il Comune di Caltrano. Le circostanze allora non erano state favorevoli per la pubblicazione, ma oggi, cambiati presupposti, ecco realizzarsi la possibilità di raccogliere in un bel libro fotografico il fascino di queste antiche architetture in pietra. A corredare le immagini hanno contribuito con i loro testi, oltre al già citato Angonese, Fermino Brazzale, Viviana Ferrario, Andrea Tisato, Maurizio Boschiero e Pierbruno Pellegrini.

I due Comuni hanno unito le forze e le risorse, consapevoli della loro omogeneità territoriale, facendo si che l’opera si concretizzasse, grazie anche alla collaborazione di Renato Angonese e al prezioso contributo economico della Comunità Montana dall’Astico al Brenta. L’opera è realizzata accostando diversi stili e arti come la fotografia, il disegno, la poesia e il racconto per tentare di riportare alla luce quello che i ruderi abbandonati possono ancora raccontarci.

“L’impresa di prendere coscienza dell’esistenza di queste opere architettoniche minori – aggiunge Finozzi – è riuscita in pieno e, sebbene il tema non possa ritenersi trattato in maniera esaustiva, ma anzi necessiti di ulteriori approfondimenti, finalmente questi casoni possono essere valorizzati evitando che vengano archiviati come cultura minore e per questo indegni di essere ricordati e studiati. Molti di essi sono ridotti a cumuli di sassi, ma riescono a toccare l’animo e raccontare una vita di fatiche e di sacrifici, in modo semplice e spontaneo, in comunione con l’ambiente circostante”.

L’edilizia rurale rappresentata dal casone è una testimonianza significativa del paesaggio e dell’ economia tradizionale, dimostrazione di come l’uomo nelle colline seppe sfruttare ed adattarsi a ciò che l’ ambiente circostante offriva e richiedeva. Vale la pena porre la questione di come attivare processi di salvaguardia di questi manufatti, ora destinati alla scomparsa o ad una ristrutturazione che non manterrebbe i caratteri originari. Sarebbero auspicabili incentivi per la loro conservazione, venuta meno per il progressivo abbandono delle montagne e per il disinteresse delle nuove generazioni nei confronti dell’antica tradizione del lavoro agricolo.

L’istituzione di musei all’aperto, accompagnati da itinerari storico-naturalistici possono avere un importante ruolo di diffusione della conoscenza della cultura rurale, contribuendo a squarciare quell’indifferenza che, troppo spesso, ha caratterizzato i nostri luoghi montani. Non sono da sottovalutare i risvolti turistici con i relativi vantaggi economici per un territorio destinato altrimenti all’abbandono e al degrado.

Alessandro Scandale

 

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