Polvere di Comuni, fusioni forzate

I Comuni, grandi e piccoli, tutti indaffarati i primi nel riassetto delle partecipate, gli altri preoccupati per il peso dei servizi e di compiti sempre più gravosi e impegnativi. E allora mentre il capoluogo è occupato nel mettere al sicuro la fiera (con Rimini) e le municipalizzate (con Verona?), i più piccoli alla ricerca di compagnia per superare la fatidica soglia dei tremila abitanti, gli altri alla caccia disperata di risorse sempre più scarse a fronte di nuove e più cresciute domande. Tutto un mondo in fermento, quello degli enti locali, tanto più ora nella penombra di una Provincia in via di sparizione insieme ai relativi servizi: trasporti, viabilità, tutela ambientale, istruzione superiore, urbanistica.

Mai come ora gli amministratori locali sono chiamati a superare in prima persona difficoltà ma dalle insospettabili opportunità: tutto dipende dalle capacità e sensibilità degli attuali responsabili, senza attendere miracolose (e soffocanti) soluzioni dall’alto (Stato e Regione). Una nuova geografia del nostro territorio sta per essere disegnata: la pagina “Grande Vicenza” aperta dal quotidiano locale registra le iniziative più fantasiose che si stanno prospettando: dalle unioni dell’Alta Val Leogra alla Val Liona, dalle Terre del Retrone alla Smart City (addirittura!) pedemontana, dal settore Astico-Tesina al Basso Vicentino.

Previsioni per un certo verso interessanti, ma finora prive di entusiasmo da parte dei sindaci e ancora non conosciamo le opinioni dei cittadini salvo qualche caso (Gambugliano, San Germano dei Berici e Grancona). In ogni modo si tratta di soluzioni piuttosto estemporanee prive di una strategia complessiva e che non tiene conto di un fatto del tutto trascurato. La preoccupazione generale di natura finanziario-economica (come fronteggiare i servizi) fa aggio su una questione culturale prima ancora che politica. La Regione tra il lusco e il brusco o promette contributi a chi “si unisce” o, in mancanza, minaccia di procedere alle unioni forzate.

Tutto qui. In un batter di ciglio, e per di più sotto ricatto, si cancellano secoli di storia, identità, culture, autonomie. Un appiattimento generale. Peggio del passaggio delle truppe napoleoniche di due secoli fa, passando dai Comuni “polvere” dove sovrasta il campanile, alla radura più piatta. Non c’è una soluzione intermedia? Intanto va sgomberato il campo da un equivoco: non è che la soglia di diecimila o dei ventimila abitanti garantisca la sopravvivenza economica di un Comune. Le attuali esigenze, in un mondo per di più globalizzato, richiedono più consistenti risorse che, a meno di ulteriore appesantimento della tassazione locale, solo i grandi numeri (neppure i centomila abitanti di Vicenza bastano) possono garantire.

E dunque non è con le riforme prospettate (unione di due o più Comuni) e sempre che le popolazioni le accettino, che si otterranno i risultati sperati. Quale strada intraprendere: quella dei piccoli passi. Federando, nei primi anni settanta del secolo scorso i comprensori purtroppo mai avviati, i Comuni esistenti attorno ai centri dotati di maggiori servizi. A cominciare dai Comuni della cintura di Vicenza, via via fino a raggiungere se si vuole gli otto raggruppamenti comprensoriali.

In un secondo tempo, politica dei piccoli passi, potranno ridursi per successive agglomerazioni; nell’ambito di ciascun comprensorio si metteranno insieme i servizi essenziali, soprattutto quelli in rete (anagrafi, elettorali, statistici, contabili, catastali, edilizi) con terminali in ogni sede comunale. Naturalmente nella ricomposizione complessiva andranno riviste le rappresentanze sia in sede locale (in rapporto al numero degli abitanti) sia in sede federata o comprensoriale per i servizi comuni. Questo è un primo schema per un dibattito aperto alla più ampia discussione.

Giovanni Bertacche

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