Una veduta di Gambugliano
Una veduta di Gambugliano

“E’ un male cancellare i piccoli comuni”

Da Gambugliano a Sovizzo. Distanze incolmabili tra confinanti. Il referendum nel comune più piccolo non ha dato l’esito sperato. Non c’è stato il plebiscito auspicato dal sindaco, avendo giocato tutte le perplessità da parte dei chiamati a votare. In questione non tanto se unirsi a Isola Vicentina o Sovizzo, ma le ragioni della soppressione con le proprie mani del proprio comune. Una vicenda paradigmatica di un colossale travisamento della realtà. In nome dei costi della politica si è fatto carico ai piccoli comuni, sotto i cinquemila abitanti (il 70% degli ottomila comuni) della maggior spesa pubblica.

Al centro, alle Regioni, agli enti inutili, agli sprechi di ogni specie, solo qualche sporadico taglio e tanta indignazione della durata di un giorno. E per rafforzare la distruzione di tanta parte della nostra storia – i comuni hanno otto secoli alle spalle, contro i 155 anni dello Stato italiano e solo 45 anni delle Regioni – si è caricata una retorica farlocca contro i comuni “polvere”. Approfittando delle difficoltà economiche e della conseguente minor resa in termini di servizi, è stato gioco facile far pagare “culturalmente” e quindi legislativamente alle parti più deboli dell’impianto istituzionale. E i sindaci, l’ultimo anello della politica, presi da avvilimento stanno cedendo a questa insensata demolizione.

Ma sono proprio le micro-comunità la causa di tutti i mali d’Italia? Da una diagnosi (intenzionalmente) ingannevole, si ricorre a una cura peggiore del male: cancellare i piccoli comuni. E per tale scopo non si lesina a ricorrere a ogni mezzo, dai premi ai ricatti, dalle promesse alle imposizioni. Anche da parte della nostra Regione con la scadenza perentoria del 31 dicembre prossimo! Il problema invece non è cancellare ma connettere. Accompagnare cioè i piccoli comuni verso un’economia della messa in comune dei beni e dei mezzi; servizi contro residenzialità diffusa, risorse umane contro territorio, aree interne e montuose contro terre basse dei centri urbani. La politica del cancellare, con il risultato per l’economia tutto da verificare, dimentica il monito di Simone Weil “chi è sradicato sradica”.

Sarà anche per questo che nelle nostre terre a forte rischio di cancellazione ci si è rifugiati in nostalgie identitarie che hanno alimentato il leghismo. Questi nostri paesi rappresentano un presidio di civiltà, sono parte integrante, costitutiva, della nostra identità… Non è un “piccolo mondo antico”, ci può dare prospettive di crescita, di arricchimento, di qualità della vita. Era questo il messaggio che il presidente Ciampi rivolgeva nel 2002 a Ermete Realacci presentatore in Parlamento del progetto di legge di sostegno e valorizzazione dei piccoli comuni. Queste “vite minuscole” che sono polvere sì ma polvere d’oro, e radici del vivere e dell’abitare, sono nodali nella crisi e nei modelli di sviluppo.

Territori centrali per la crisi ecologica, il risanamento idrogeologico, la manutenzione dell’ambiente, i beni comuni del bosco, dell’acqua, dell’agricoltura, del paesaggio. L’abbandono di tanta parte del nostro territorio soprattutto montano ci porta al disastro non solo ecologico. Certo il mantenimento di questi spazi richiede un welfare diffuso che va dal presidio dei comuni, alla scuola, all’ambulatorio, alla farmacia, alla posta fino ai grandi ospedali a valle, ai servizi sociali diffusi nel territorio. La legge, già approvata in un ramo del Parlamento, promuove tutte queste misure per connettere i comuni polvere, favorendo il mettersi insieme, ciascuno portando in dote una propria caratteristica costituita dal patrimonio di servizi, di funzioni, di risorse umane, di territorio, di residenzialità diffusa.

Con l’aggregazione forzata dei piccoli centri, di fattura napoleonica, abbiamo perduto tanta parte della nostra storia (per stare all’area in discorso: Montemezzo, Monte San Lorenzo, Torreselle, Ignago) e del nostro benessere anche economico. Tanta bellezza diffusa dei piccoli centri storici, il turismo culturale e ambientale, il tessuto agro-silvo-pastorale e non ultimo la democrazia partecipata dei piccoli comuni, un patrimonio inestimabile a rischio di estinzione. Sicuro che i comuni andranno diversificati ma per funzioni; Gambugliano non è Milano.

Anche la più piccola municipalità abbia la sua autonomia, con un sindaco e un’assemblea rappresentativa. I servizi potranno essere meglio forniti anche per i Comuni non a rischio di cancellazione, da ambiti – aree vaste, unioni territoriali, circoscrizioni, consorzi – ottimali per qualità-costi. Tutti con pari dignità i Comuni; nessuno più dovrà chiedere – col cappello in mano – l’aiuto a un altro. Gambugliano riveda quel suo voto così sofferto. Ci saranno, speriamo presto, tempi migliori. Non ci si vende per un piatto di lenticchie.

Giovanni Bertacche

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